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NATURALE È SANO? COSA DICE IL NOSTRO CERVELLO

mercoledì 1 aprile 2026

di Clara Reghellin

Entrare in un supermercato oggi non è solo un atto di consumo, ma un continuo esercizio di navigazione tra messaggi morali e sofisticate scorciatoie mentali. Uno dei termini che più esercita un potere quasi ipnotico sulle nostre scelte è, senza dubbio, la parola “naturale”. Proprio su questo affascinante cortocircuito si è concentrata la conferenza proposta da Fondazione Zoé-Zambon Open Education, nell'ambito della Settimana del Cervello, intitolata Naturale è sano? Cosa dice il nostro cervello. A guidare l'incontro è stato Lorenzo Gagliardi, Research Fellow presso il Centro Interdipartimentale per l’Etica e l’Integrità della Ricerca del CNR e membro del comitato direttivo IAREP, noto anche come fondatore del progetto di divulgazione scientifica Non è la Zebra, incentrato sull'analisi dei processi decisionali umani.

Se ci fermiamo a riflettere su cosa evochi davvero il termine “naturale”, scopriamo che si attiva una complessa mappa semantica che associa la naturalezza a concetti di purezza, freschezza e salute. Al contrario, come evidenziato dal progetto internazionale Small World of Words, il termine “artificiale” trascina con sé un’ombra di falsità e inganno. Questa distinzione non è quasi mai l’esito di un’analisi scientifica della composizione di un prodotto, ma agisce come una potente euristica, ovvero una scorciatoia cognitiva che il nostro cervello utilizza per semplificare decisioni altrimenti troppo faticose. Invece di leggere attentamente ogni singola etichetta nutrizionale, che andrebbe interpretata all’interno di un sistema di informazioni complesso, ci affidiamo a un’etichetta che "santifica" il contenuto, convincendoci che se è naturale, allora non potrà farci male.

Questa distorsione percettiva produce effetti misurabili e paradossali, come dimostrato da esperimenti classici condotti nel campo della psicologia dei consumi. Un esempio emblematico è fornito dallo studio di Schuldt e Schwarz del 2010, riguardante i celebri biscotti Oreo: la semplice applicazione di un'etichetta biologico porta i consumatori a stimare un contenuto calorico drasticamente inferiore rispetto alla versione industriale, persino quando i dati reali vengono mostrati chiaramente. È come se il termine naturale agisse come uno scudo morale che ci impedisce di vedere la realtà dei fatti. Questo fenomeno è strettamente legato a quello che in psicologia viene definito effetto alone (halo effect), ovvero la tendenza a generalizzare un singolo tratto positivo di un oggetto o di una persona all'intera sua essenza. Gagliardi ha illustrato questo meccanismo citando un test sull'avvenenza fisica: tendiamo ad attribuire un reddito maggiore e un successo lavorativo superiore a una persona che giudichiamo più attraente. Allo stesso modo, trasportiamo questa logica sui prodotti: se un alimento è naturale, deve essere per forza anche più sano, più magro e più etico, anche quando non vi è alcuna correlazione diretta tra l'origine degli ingredienti e il loro impatto sulla salute.

Il rischio di questo automatismo diventa particolarmente scivoloso quando si parla di comportamenti dannosi o di scelte terapeutiche. Esistono studi, come quello di Baig e colleghi del 2019, che mostrano come l’aggiunta dell’aggettivo naturale su prodotti come sigarette o alcolici induca le persone a percepirli come meno pericolosi, fornendo una sorta di licenza morale per consumarne di più. La logica inconscia suggerisce che, se il tabacco è naturale, il danno sia in qualche modo attenuato. Questa stessa trappola si riflette nella preferenza per i farmaci naturali rispetto a quelli sintetici, anche quando i primi sono statisticamente più rischiosi o meno efficaci, come dimostrato dagli studi di Meier e Lappas del 2016. Persino nell'ambito della sostenibilità emerge un paradosso preoccupante (Nadricka et al., 2024): se percepiamo un cibo come biologico, siamo paradossalmente più inclini a sprecarlo, convinti che il suo impatto ambientale sia stato minore e che quindi la nostra negligenza sia meno grave.

Il concetto di naturalezza invade prepotentemente anche il dibattito sul cambiamento climatico. Spesso, nelle argomentazioni del negazionismo, la natura viene invocata come una forza ciclica e immutabile di fronte alla quale l'uomo è un attore marginale. Inquadrare il riscaldamento globale come un "processo naturale" serve a ristabilire un ordine mentale rassicurante, sottraendo l'uomo dalle proprie responsabilità antropiche.

Ma cosa succede quando prendiamo coscienza di questi meccanismi? Sapere di avere un pilota automatico mentale non significa doverlo disattivare sempre. Le euristiche sono l'architettura stessa del nostro pensiero: senza di esse non riusciremmo a sopravvivere alla complessità quotidiana. La vera saggezza risiede nella capacità di riconoscere quando è il momento di passare a un pensiero analitico e riflessivo. Mentre per scegliere una marca di pasta possiamo permetterci l'intuizione, per questioni che riguardano la salute, il voto o il clima, è necessario un approccio critico che sospenda il giudizio immediato. Non dobbiamo lasciarci sedurre dalle soluzioni semplici offerte da app o "guru" del web che promettono ricette facili tagliando via la complessità del problema.

La conoscenza di come ragioniamo deve dunque diventare un vaccino cognitivo contro la manipolazione. Come sottolineato da Gagliardi, non basta una consapevolezza saltuaria; serve un approccio sistemico che parta dalla formazione scolastica. Insegnare ai bambini come funziona la mente umana, con i suoi limiti e le sue fragilità, è il modo più efficace per proteggere le future generazioni. In un mondo che ci chiede risposte rapide e interfacce rassicuranti, la vera sfida è imparare a convivere con la tensione tra il nostro intuito e la realtà dei dati. Solo così potremo guardare oltre l'etichetta e riscoprire un rapporto con la natura che non sia basato su una nostalgia idealizzata, ma su una comprensione profonda, razionale e autentica della complessità che ci circonda.

 

Foto: Lorenzo Gagliardi di Non è la Zebra