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  <title type="text">Zoé Blog</title>
  <subtitle type="text">Zoé Blog</subtitle>
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  <rights type="text">Copyright (C) 2010 Ikon S.r.l.</rights>
  <updated>2013-05-15T12:41:30+02:00</updated>
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    <title type="text">MULTICULTURALISMO O INTERCULTURALISMO?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14874&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 15 maggio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;MULTICULTURALISMO O INTERCULTURALISMO?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;La paura reciproca quasi sempre produce conflitto. Quale la mossa giusta per fermarsi prima?&lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15627&amp;amp;stream=" width="400" height="266" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Viene in mente subito la tolleranza. Ma è questa la parola chiave o è bene cercarne un'altra, e pensare, per esempio, a ciò che evoca il rispetto? E basta, poi appellarsi solo al rispetto?&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Per venire a capo di queste domande, mettiamo intanto gli occhi, anche se in modo rapido, sul fenomeno del multiculturalismo. Per la verità, nella letteratura più recente v'è la tendenza a  privilegiare il termine interculturalità (e/o transculturalità) e a relegare il termine multiculturalismo in una sorta di limbo riservato ai termini ambigui. In alcuni casi, multiculturalismo prende addirittura una connotazione lessicale negativa. C'è una ragione, probabilmente, nell'oscillazione dei termini, peraltro naturale nel linguaggio comune e persino nel linguaggio scientifico. Il multiculturalismo è prima di tutto un fatto. Ogni fatto, in sé e per sé, non dice nulla quanto al suo valore. Andrebbe giudicato. Nel caso del multiculturalismo il giudizio non è facile, anche solo perché si tratta di un fenomeno particolarmente complesso e soprattutto si tratta di capire che cosa gli esseri umani decidono poi intorno a questo fatto. E poiché molteplici sono le interpretazioni del fatto e molteplici le decisioni di fronte al fatto, il linguaggio tende ad essere oscillante (&lt;em&gt;vedi nota 1&lt;/em&gt;) . 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
In effetti, multiculturalismo si dice in molti modi. Il primo modo e il più elementare è appunto quello che registra il fatto dell'esserci di molte culture. Ma le molte culture come stanno fra loro? Questo il multiculturalismo subito non dice. Ma non dice soprattutto come le molte culture dovrebbero stare tra loro. E si aggiunga che la molteplicità delle culture presuppone sempre o quasi sempre una molteplicità di etnie. Ma le due figure non sono sovrapponibili, come si sa. Una stessa etnia può avere culture diverse; una stessa cultura può essere tradizione consolidata di varie etnie. Quel che conta però, ai nostri fini, è un primo luogo la cultura di una comunità, che è come l'anima, di cui l'etnia è il corpo. L'inversione dell'ordine di importanza (che non di rado compare nella storia umana) è indubbiamente un fenomeno regressivo. Finisce prima o poi nel razzismo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;em&gt;nota 1 - Su questi temi, rimando solo a un testo molto recente (a mia cura e di E. Bonan), Multiculturalismo e interculturalità. L'etica in questione (Vita e Pensiero, Milano 2011). Il lettore vi troverà indicazioni utili per approfondire la questione e per non smarrirsi nella letteratura sull'argomento, oramai sterminata.&lt;/em&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 continua..&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;
 &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.fondazionezoe.it/code/15545/10978"&gt;...vai all'articolo precedente&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-05-15T12:33:16+02:00</published>
    <updated>2013-05-15T12:41:30+02:00</updated>
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    <title type="text">L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; SCELTE DIFFICILI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14871&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 10 maggio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; SCELTE DIFFICILI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Malato di Alzheimer morso da un serpente: le figlie scelgono di non somministrargli l'antidoto.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;iframe src="http://quipol.com/xPxitozh" width="400" height="600" frameborder="0" scrolling="no" id="qpl_xPxitozh"&gt;Quipol&lt;/iframe&gt;&lt;br /&gt;
 

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;em&gt;Una persona affetta da Morbo di Alzheimer è morta a seguito del morso di un serpente a sonagli dopo che la sua famiglia ha deciso di NON somministrargli un preparato anti-avvelenamento per permettergli di "morire con dignità".&lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;
 La notizia riportata da un giornale della Florida ci racconta la storia di Richard Flora, un uomo di 76 anni, malato in fase molto avanzata di Morbo di Alzheimer. Mentre si trovava in giardino è stato morso probabilmente da un serpente a sonagli ed ha iniziato a manifestare i classici segni di avvelenamento. Sintomi noti alle figlie per via della frequente presenza dei rettili nella zona. Le figlie hanno deciso di non portare il padre in ospedale per fargli somministrare un antidoto efficace, perché hanno ritenuto che per lui fosse meglio morire in questo modo che non dopo una lunga agonia determinata dalla malattia di base.&lt;br /&gt;
 Il padre stava male da molto tempo, le sue condizioni mentali erano deteriorate, ma nei momenti di lucidità aveva più volte espresso il desiderio di farla finita.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
La vicenda ha suscitato un grande dibattito sia sulla stampa locale che sui blog di Bioetica. Infatti, pur essendo la Florida uno stato che ammette la sospensione del trattamento in fase terminale in presenza di direttive anticipate o di scelta dei congiunti più prossimi, è evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione molto particolare. L'uomo infatti non è morto subito, ma dopo alcune ore . E la scelta è stata presa dalle figlie in assenza di direttive scritte. Tuttavia, nonostante le perplessità, nei blog che ho letto prevale nettamente un giudizio positivo, soprattutto da parte di persone che hanno avuto esperienza diretta di cura di familiari affetti da gravi demenze.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Si tratta di condizioni che creano dolore sia nel malato, che nei momenti di lucidità si rende perfettamente conto del deteriorarsi della propria mente e del proprio corpo, sia nei parenti, che assistono impotenti a lunghi percorsi di sofferenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Possiamo accettare il principio che sia meglio la morte ,una morte qualunque, per le persone  che non hanno più autonomia e non hanno aspettativa di recupero ?
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
O dobbiamo imparare a convivere con la miriade di condizioni che spesso rendono la vita totalmente diversa da come la vorremmo per noi e per i nostri cari?&lt;br /&gt;
 Voi che cosa ne pensate?
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-05-10T12:39:48+02:00</published>
    <updated>2013-05-10T12:43:45+02:00</updated>
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    <title type="text">QUEL CHE NON DICE UN CURRICULUM VITAE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14862&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 8 maggio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;QUEL CHE NON DICE UN CURRICULUM VITAE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;Sempre più di frequente ad una persona in cerca di lavoro viene richiesto un curriculum.&lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15615&amp;amp;stream=" width="400" height="300" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E' giusto che sia così, questo infatti costituisce un valido elemento di valutazione sia nei confronti di chi si candida a ricoprire un ruolo sia per chi debba semplicemente svolgere una relazione. E' quanto è capitato anche a me quando, in occasione delle celebrazioni dei miei 50 anni di laurea, sono stato invitato a tenere una lettura.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Mi sono messo d'impegno ad aggiornare il mio curriculum vitae in cui mancavano i dati sugli ultimi anni della mia lunga esperienza di medico e di chirurgo. Rileggendolo ho sorriso perché, pur avendo riportato fatti realmente accaduti, la mia storia risultava largamente incompleta, addirittura sembrava non del tutto rispondente al vero.&lt;br /&gt;
 Veniva infatti riportata soltanto una serie infinita di successi iniziando dalla Laurea per finire alla Direzione di un Dipartimento prestigioso come quello di Scienze Cardiologiche, Toraciche e Vascolari dell'Università di Padova. Nel mezzo specialità a grappoli, Libere Docenze, Concorsi vari, Maturità a Cattedra fino al conseguimento dell'Ordinariato. Per finire l'elenco delle pubblicazioni e delle partecipazioni a Congressi Nazionali ed Internazionali.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 L'impressione che se ne riportava era quella di una marcia trionfale. Nel curriculum non risultavano le fatiche quotidiane, le notti insonni, le speranze e le frustrazioni e sopratutto le sconfitte che segnano qualsiasi lunga carriera, in particolare quella del chirurgo anche se in definitiva contribuiscono a formarne il lato più umano e più vero.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 I curricula non raccontano che una piccola parte della nostra vita e nemmeno la più importante.&lt;br /&gt;
 Qualcuno potrà dire, leggendomi, che ho scoperto l'acqua calda ma io francamente non ci avevo mai pensato.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-05-08T12:04:13+02:00</published>
    <updated>2013-05-08T12:24:46+02:00</updated>
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    <title type="text">MELTING POT: ISTRUZIONI PER L'USO</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14793&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 23 aprile 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;MELTING POT: ISTRUZIONI PER L'USO&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Nel giro di pochi anni anche la vecchia Europa è diventata multiculturale...
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15546&amp;amp;stream=" width="400" height="266" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 La diversità di razze, di lingue e, soprattutto, di costumi ha reso la convivenza non di rado difficile. Politologi, economisti, filosofi e quant'altro hanno da qualche tempo riflettuto sull'argomento con vedute diverse. Si è diffusa oramai la consapevolezza che il melting pot è, anche da noi, un fenomeno irreversibile. I sociologi prevedono che fra qualche decennio il meticciato diventerà addirittura maggioranza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Dobbiamo dunque far fronte alla nuova realtà non tanto come si fa fronte solitamente a una emergenza, ma come si deve far fronte a una condizione che mette in questione, una volta per sempre (e spesso pure manda all'aria), le nostre antiche certezze. Molte "comuni evidenze" sembrano, in effetti, meno comuni di una volta. Ma rinunciare alle cose comuni è tutt'altro che facile per un essere umano. Diciamo pure che può risultare traumatico. E' per questo che quel che ci riesce estraneo, ossia poi "strano", viene per lo più respinto e persino demonizzato. Ma la ripulsa è un esito obbligato o è semplicemente una forma di paura quanto alla perdita possibile della nostra identità? E si badi: questa paura non è mai unilaterale; anche l'estraneo che chiede asilo vive la stessa paura. E forse con ragioni più solide delle nostre. Ora, la paura reciproca quasi sempre produce conflitto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Quale dunque la mossa giusta per fermarsi prima? Viene in mente subito la tolleranza. Ma è questa la parola chiave o è bene cercarne un'altra, e pensare, per esempio, a ciò che evoca il rispetto? E basta, poi, appellarsi solo al rispetto? 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-04-23T10:08:40+02:00</published>
    <updated>2013-04-23T10:24:13+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15542/10978</id>
    <title type="text">CURARSI DA SE'</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14790&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 18 aprile 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;CURARSI DA SE'&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;div style="font-family: Calibri, sans-serif; text-align: justify"&gt;
&lt;span style="font-size: 15px;"&gt;E' ormai abbastanza chiara la tendenza di molte persone a curarsi da sè... &lt;/span&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 15px;"&gt;&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15543&amp;amp;stream=" width="400" height="243" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt; &lt;span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 15px;"&gt;&lt;br /&gt;
 Questa tendenza è in aumento sia perché le istituzioni assistenziali e ospedaliere sono di più difficile e costoso accesso, sia perché i medici di famiglia sono sovraffollati, sia perché, soprattutto, la sensibilità ai propri disturbi (non certo le malattie vere e proprie) è qualcosa di molto soggettivo e personale.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: Calibri, sans-serif; font-size: 15px;"&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Si sviluppa così un mercato assai promettente che va dall'erboristeria omeopatica alle sempre più ricche sezioni di farmaci da banco nelle farmacie, fino alla pletora di aggeggini in vendita televisiva che vanno dal materasso "che si aggiusta secondo le tue forme" alle macchinette con miracolosi massaggi per le articolazioni fino agli apparecchi per salire le scale o alle vasche con apertura comoda per gli anzian, senza dimenticare tutte le apparecchiature domestiche per il fitness (tapis roulant, cyclette…). E ora arrivano anche le applicazioni sugli smartphone che non solo aiutano a programmare la dieta o a monitorare i parametri glicemici e altro, ma anche, per esempio, sono in grado di segnalarti dove, vicino alla posizione in cui ti trovi, puoi comprare prodotti biologici o a km 0.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 In buona sostanza presto potremo anche disporre di sensori che, attaccati al computer e con l'uso di programmi ad hoc, potranno darci dei "check-up" casalinghi…&lt;br /&gt;
 Ancora una volta, l'esigenza economica di alleggerire i costi della salute pubblica si sposerà con il desiderio di personalizzare la cura di sé e tutti saremo felici…oppure no?&lt;/span&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-04-18T17:19:12+02:00</published>
    <updated>2013-04-18T17:39:42+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15539/10978</id>
    <title type="text">ATTENZIONE ALLA SINDROME DI BURNOUT</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14787&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 12 aprile 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;ATTENZIONE ALLA SINDROME DI BURNOUT&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Un commento in risposta al racconto "Margherita e i gomitoli di lana" della scorsa settimana.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Nel neonato Forum "&lt;a href="http://www.fondazionezoe.it/code/15503" target="_blank"&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;&lt;strong&gt;Spazio Bianco&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;", ho letto con attenzione il racconto &lt;strong&gt;&lt;em&gt;"Margherita e i gomitoli di lana"&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; in cui si racconta di Margherita, aspirante infermiera, e del suo incontro con Silvia, malata giunta al termine della sua esistenza. Nel leggerlo ho provato una sorta di turbamento acuito dalle parole introduttive di Giovanna Ruberto alla quale mi sento legato da amicizia e stima: "negli Ospedali si incrociano vite, a volte nascono rapporti anche di amicizia e comunque avere a che fare con un paziente non è un atto neutro, se sei vero ed umano ti cambia".&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Non so se Margherita si sia resa conto che la sua storia ricalca quasi fedelmente le quattro fasi della &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_da_burnout" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;sindrome del burnout&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; (letteralmente: bruciarsi).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15540&amp;amp;stream=" width="300" height="201" alt="" /&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 1) La prima fase è quella dell'entusiasmo idealistico che colpisce le persone che si dedicano ad una professione di aiuto, nel nostro caso medici ed infermieri. Leggiamo le parole di Margherita: "fremo impaziente all'idea di incontrare la malattia per eccellenza: il cancro". Entusiasmo idealistico forse eccessivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 2) La seconda fase è caratterizzata dalla stagnazione che interviene quando si realizza che il frutto del nostro lavoro non da i risultati sperati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 3) L'inutilità dell'impegno e degli sforzi fatti porta alla terza fase che è quella della frustrazione.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Vediamo come queste due fasi sembrano intrecciarsi nel racconto: "sto morendo" dice Silvia e Margherita, a sua volta, pensa: "se morisse porterebbe via con sè anche quello che abbiamo condiviso, anche un pezzo della mia vita". Non sentiamo forse tutta l'inutilità del lavoro svolto e la frustrazione che non le consentono di riconoscere che i suoi sforzi erano, fin dall'inizio della storia, senza speranza?
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 4) Siamo così arrivati alla quarta fase della sindrome che è quella dell'apatia, dell'indifferenza. Silvia muore e Margherita non trova il coraggio di tornare in quella stanza perché sa di trovarla vuota e anche lei si sente vuota dentro.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Si tira un sospiro di sollievo nell'apprendere che Margherita è diventata nel frattempo infermiera professionale e quindi non si è bruciata al primo impatto con la sofferenza ma, certo, il coraggio e il trasporto, eccessivi fino all'incoscienza, non lasciavano presagire nulla di buono. Comunque, al di là dell'aspetto angelico, Margherita deve essere una "tosta" se è stata capace di riprendere un cammino che l'ha portata a svolgere il suo lavoro con serenità, qualità indispensabile per continuare una carriera faticosa e difficile che le auguro lunga e piena di soddisfazioni.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
A costo di apparire pedante vorrei però, in questa occasione quanto mai propizia, ribadire alcune convinzioni che non sono soltanto mie ma anche di molti esperti di comunicazione nel campo della salute.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Chiunque desideri  essere di aiuto agli altri, in questo caso medici ed infermieri nei confronti dei malati, non può permettersi sentimenti di simpatia o antipatia. Se per l'antipatia il concetto è immediatamente comprensibile in quanto sentimento che suscita lontananza o repulsione, per la simpatia penso si debbano spendere due parole in più.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Simpatia&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt; (letteralmente, patire e soffrire insieme) significa condividere emozioni come la sofferenza ma anche la gioia o il desiderio. E' quindi una risposta emotiva spontanea, un sentimento che può portare ad una vicinanza eccessiva, ad un coinvolgimento ed un soffrire insieme che nella relazione di cura va combattuto.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
L'&lt;u&gt;&lt;strong&gt;empatia&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt; è invece il giusto strumento da conoscere e da utilizzare, strumento e non sentimento che serve a regolare la giusta distanza fra chi cura e il malato. Mentre si cerca di comprendere lo stato d'animo altrui si offrono attenzione ed aiuto. "Io capisco la tua sofferenza, cerco di immaginarla ma non posso provare ciò che tu senti. Questo non mi impedisce di essere umano nei tuoi confronti e di condividere le tue emozioni per aiutarti a migliorare la qualità della nostra relazione". Non c'è identificazione, non si soffre insieme.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Per concludere: gli amici avevano detta a Margherita: "ascolta,comprendi, solleva, consola". Perfetto, è ciò che deve fare un buon medico o un buon infermiere! Ma le avevano detto anche: "prendi su di te, porta via il dolore". Sbagliato, così non si dura, ci si brucia .&lt;br /&gt;
 E'  vero , cara Giovanna, che il rapporto col malato se sei umano ti cambia, ma questo rapporto deve essere il più possibile neutro e  se un amicizia o altro deve nascere, è bene nasca  una volta che il paziente è stato dimesso.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-04-11T13:43:05+02:00</published>
    <updated>2013-04-11T13:57:28+02:00</updated>
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    <title type="text">FORUM "SPAZIO BIANCO"</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14785&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 11 aprile 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;FORUM "SPAZIO BIANCO"&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Sul recente caso vicentino del ragazzino autistico malmenato dalle insegnanti.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Questo è uno "SPAZIO BIANCO" dedicato a voi lettori, un forum su cui spero di raccogliere testimonianze ed esperienze, quelle che mi vengono offerte direttamente da pazienti o dai miei studenti, oppure dalla cronaca, sui cui siete invitati a commentare e dire la vostra. Ma aspetto anche i contributi di chi legge ed ha voglia di raccontarsi. Perché la comunicazione non è unidirezionale - esperto verso lettore - ma ha bisogno di generare percorsi comuni di consapevolezza.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 Chi lo volesse può mettersi in contatto con me direttamente, ovviamente è garantito il totale anonimato di chi scrive: &lt;a href="mailto:giovanna.ruberto@unipv.it?subject=Forum%20Zo%C3%A9"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;giovanna.ruberto@unipv.it&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 

&lt;div class="separatore_testo"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;AUTISMO E CATTIVA COMUNICAZIONE&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15538&amp;amp;stream=" width="219" height="230" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 

&lt;div&gt;
La corretta comunicazione rispetto alla salute ed alla scienza è un elemento fondamentale in una società come la nostra, in cui l'informazione viaggia sul web, su carta stampata, via radio e via televisione. Ogni volta che la "notizia" viene data quindi parzialmente o superficialmente lede il diritto di chi legge/ascolta a prendere decisioni utili per la propria vita. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
L'autismo è una delle vittime della cattiva comunicazione. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Perché sui giornali spesso il termine "autistico" viene associato ad episodi violenti (la strage dei bambini nella scuola di Newtown, persino di Hitler qualche storico dice fosse autistico. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Perché è classificato tra le malattie mentali e quindi incrocia il pudore delle famiglie e la diffidenza degli estranei. Perché se ne parla pochissimo. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
L'&lt;a href="http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Home/494979_disabile_picchiato_a_barbaranonei_video_ore_di_botte_e_umiliazioni/?refresh_ce" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;episodio di cui è stato vittima il ragazzino di Vicenza&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, sottoposto ad angherie e violenze da parte dell'insegnante di sostegno è emblematico. Non compare infatti sulla stampa nazionale, ne sono venuta a conoscenza solo perché ascolto alla radio la trasmissione del giornalista Nicoletti che, avendo un figlio autistico, affronta con tenacia e coraggio questo tema. Proprio durante la trasmissione mi ha colpito la telefonata di un insegnante che parlava di "burn out " degli operatori, tentando maldestramente di difendere l'operato dei colleghi. Che non hanno solo percosso sistematicamente il ragazzo, lo hanno tagliuzzato con le forbici, non si capisce in base a quale progetto educativo. Ma il problema, evidentemente, è a monte. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Le persone affette da autismo hanno bisogno di un contesto particolare, di operatori formati ,non di insegnanti di sostegno totipotenti. Perché sono persone fragili, con cui comunicare è difficile, in modo bidirezionale : non riescono a dirci che cosa vogliono e non capiscono che cosa diciamo noi. La solitudine delle famiglie, la fatica, il peso anche economico cui sono soggette è enorme. Mi ricorda un po' la situazione che si era creata negli anni '80 rispetto all'AIDS. Malattia peraltro terribile, che ha costretto milioni di persone a vivere vite nascoste fino a quando la pressione dei soggetti culturali - stampa, cinema, personaggi famosi che hanno svelato la propria sieropositività - non ha pian piano almeno attenuato la percezione negativa che se ne aveva.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Sull'autismo è più complicato, un film come Rain Man ha prodotto più danni che altro, così come molti romanzi che insistono sul lato romantico: hai problemi relazionali seri, ma sei un genio, quindi la scarsa socialità è compensata dalla somma intelligenza. Non è proprio così. Questi nostri figli - perché sono figli di tutti noi - sono teneri ed indifesi, hanno bisogno che li si accolga per quello che sono. E' un lavoro che dura 24 ore al giorno per tutti i giorni della vita, con tutti i problemi che un figlio ti dà crescendo, amplificati dalla malattia. Le famiglie hanno bisogno di sostegno e solidarietà, perché è faticosissimo avere a che fare con un figlio autistico, ogni tanto hai bisogno di qualche momento di tregua.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Non ho una ricetta per questo, so solo che mi arrabbio moltissimo quando leggo o ascolto queste notizie. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Mi arrabbio perché non capisco come chi è pagato per educare possa sfogare le proprie frustrazioni su chi è loro affidato da famiglie che si fidano delle istituzioni. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Mi arrabbio perché un paese civile dedica la sua attenzione anche a questi temi (non mi addentro in ciò che penso della politica, non è la sede e potrei scadere nel turpiloquio). Gli insegnanti di sostegno vanno bene così? Chi li forma? Lo spread è davvero l'unico indice di civiltà di un paese e quindi l'unico dato cui si presta spasmodica attenzione? Mi arrabbio perché abbiamo costruito tutti insieme una cultura sociale in cui c'è spazio per affrontare questi temi solo quando capita un episodio che sarebbe meglio non avere. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Mi arrabbio perché mi sento impotente. Ma almeno mi arrabbio e ne parlo nelle mie lezioni. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Il tema vero è se i problemi di una minoranza debbano rimanere residuali nelle nostre conversazioni e sui media. E qual è il ruolo dei media nella comunicazione: seguire l'onda della notizia che fa sensazione o riservare magari anche un po' di spazio per "costruire cultura"?
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
E' chiaro che ho una preferenza, vorrei solo capire se appartengo ad una minoranza o se esiste una maggioranza silenziosa che cerca una voce. Voi che cosa ne pensate?
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-03-27T18:09:30+01:00</published>
    <updated>2013-04-11T13:15:54+02:00</updated>
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    <title type="text">MARGHERITA E I GOMITOLI DI LANA</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14751&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 27 marzo 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;MARGHERITA E I GOMITOLI DI LANA&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;Questo vuole essere uno spazio dedicato a voi lettori, raccontateci le vostre esperienze...&lt;/span&gt; 
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Quello che segue è una testimonianza in forma di racconto che mi ha scritto una brava studentessa ,oggi infermiera professionale. Mi pare offra molte suggestioni, ci spiega come vive il primo incontro con il dolore una giovane che si prepara ad iniziare un lavoro delicato come è quello dell'infermiere. Ci fa capire che negli ospedali si incrociano vite, che a volte nascono rapporti anche di amicizia, che comunque avere a che fare con un paziente non è un atto neutro, se sei vero ed umano ti cambia. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 Con questo pezzo inizio un forum su cui spero di raccogliere testimonianze ed esperienze, quelle che mi vengono offerte direttamente da pazienti o dai miei studenti Ma anche quelle di chi legge ed ha voglia di raccontarsi. Perché la comunicazione non è unidirezionale -  esperto verso lettore - ma ha bisogno di generare percorsi comuni di consapevolezza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Chi lo volesse può mettersi in contatto con me direttamente, ovviamente è garantito il totale anonimato di chi scrive: &lt;a href="mailto:giovanna.ruberto@unipv.it?subject=Forum%20Zo%C3%A9"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;giovanna.ruberto@unipv.it&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 

&lt;div class="separatore_testo"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;MARGHERITA E I GOMITOLI DI LANA&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15504&amp;amp;stream=" width="300" height="216" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 

&lt;div&gt;
Mi chiamo Margherita, ho diciannove anni, un cespuglio di capelli biondi e il naso spruzzato di lentiggini.&lt;br /&gt;
 Un viso d'angelo, mi hanno sempre detto.&lt;br /&gt;
 Dopo il liceo ho deciso di studiare per diventare infermiera. "Sarai un'infermiera speciale, con la tua capacità di capire le persone", mi hanno detto.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Ascolta, comprendi, solleva, consola, prendi su di te, porta via il dolore, mi hanno detto.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
E così ho fatto. O almeno credo.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Ma ciò che ti viene detto rimane indigerito se non lo assapori fino infondo. &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;strong&gt;IL DOLORE PARALIZZA&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Dopo la prima esperienza in una Medicina generale, vengo inviata come studente nel reparto di Oncologia.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Sono le 6.30 di una fresca mattina di giugno e io già fremo nella mia divisa inamidata, impaziente di incontrare la malattia per eccellenza, il cancro. E la mia superbia incosciente mi fa perfino credere che sono preparata a questo, che sono forte. Sono talmente forte che devo fermarmi a prendere fiato prima di entrare nella camera della paziente che mi è affidata. Talmente forte che tremo dalla paura.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Dopo un respiro lungo un'eternità mi costringo ad entrare in quella stanza soffocante di dolore.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
"Buongiorno, signora".
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
"Buongiorno".
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Stanca, sfinita dalla terapia, la donna grigia e senza capelli che mi sta davanti si alza per permettermi di rifarle il letto.&lt;br /&gt;
 Gelo.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Tutta la mia presunta forza frantumata da uno sguardo. Sono gli occhi della sofferenza che mi guardano, non chiedono nulla, ma io in testa ho mille domande mute.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Tornando a casa piango fino a non avere più fiato. Mi chiedo perché piango? Dovrei essere felice, in fin dei conti oggi compio vent'anni. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;strong&gt;CAMERA 16&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Silvia ha 53 anni, potrebbe essere mia madre. Fa la spola tra Salerno e Roma ormai da due anni a questa parte, da quando le hanno diagnosticato un linfoma.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Un mio compagno di tirocinio ha il coraggio di chiedere se ci sia qualcuno di terminale in reparto.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
"La signora Silvia, camera 16 ", rispondono.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;strong&gt;COME UN SEGRETO&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
"Chissà se lo ha capito", penso. Nella sua stanza aleggiano verità taciute, sguardi non corrisposti per paura di mostrare la realtà. Credo di interpretare la sua volontà quando anche io decido di fare finta di nulla e divento custode di un segreto pesante come un macigno. Il nostro è un patto non detto, stipulato nella penombra della stanza di Silvia. Parliamo, ci muoviamo, ci salutiamo come se nel domani ci fosse solo vita ad aspettare. Ma Silvia morirà, e anche presto. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;strong&gt;SERVE VITA&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Cosa si fa quando non c'è più nulla da fare? A Silvia serve vita, o almeno così ho la presunzione di credere. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Complice la confidenza che si instaura ogni giorno di più, comincio a portarle la vita così com'è fuori dall'ospedale, la mia vita. All'inizio sono solo racconti di quello che faccio nel finesettimana o in università: Silvia si appassiona, mi chiede, vuole aggiornamenti.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Cado in un vortice di impotenza che mi spinge a dire sempre di più, a fare sempre di più anche se non basta mai. Pianifico il tempo libero insieme a lei e non inizio nulla senza pensare " lo faccio anche per Silvia". Sento continuamente il suo odore, anche in quello che mangio. La sua voce che mi chiama anche nel sonno.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Ci sveliamo confidenze in un angolo della corsia mentre arrotoliamo gomitoli di lana colorata e capisco che, davvero, sto vivendo per lei.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Silvia scoppia a piangere all'improvviso. Mi dice che non resiste più, che il dolore è sempre più forte . 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
"Sto morendo, Margherì." 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Il patto silenzioso è rotto: non possiamo più fare finta di niente. Ma io non ne sono capace. Silvia non può morire davvero. Se così fosse porterebbe via con sé anche quello che abbiamo condiviso. Se così fosse porterebbe via con sé anche un pezzo della mia vita.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
"Cosa dici, Silvia! Dai, non piangere, vedrai che domani andrà meglio."
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Silvia muore una settimana dopo, mentre io sono in università per sostenere un esame. Quando torno in corsia non ho la forza nemmeno di guardare verso la sua camera: so che è vuota. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
E sono vuota anche io.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-03-27T18:09:30+01:00</published>
    <updated>2013-03-28T11:56:49+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15483/10978</id>
    <title type="text">DARE E RICEVERE COME MODI DI CAMBIARE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14731&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 19 marzo 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;DARE E RICEVERE COME MODI DI CAMBIARE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;Imparare a ricevere è, dunque, imparare il primo e il più importante modo di cambiare. &lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15484&amp;amp;stream=" width="264" height="191" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Siamo ossessionati dal cambiamento, ricordavo all'inizio.&lt;br /&gt;
 Ma la declinazione del cambiamento che noi abbiamo ossessivamente in vista è soprattutto quella attiva - nell'Occidente in crisi, ma, tutto sommato, ancora opulento. Vogliamo riuscire nella vita, vogliamo "sfondare", avere successo, fare soldi, diventare visibili a tutti in TV, acquistare potere ecc.&lt;br /&gt;
 Lasciarsi cambiare suona oggi quasi un insulto, perché questo tipo di cambiamento viene associato a una sorta di plagio. E in effetti, ci sono anche casi di questo tipo nella nostra cultura, che pure ostenta una esibizione ipertrofica della libertà di decidere. E non alludo solo alle forme di plagio nei rapporti personali. Alludo anche, anzi soprattutto, a molta parte dei messaggi mediatici, che sono praticamente forme di plagio sociale. Specialmente se si segue l'imbonimento televisivo.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Eppure, c'è un senso del nostro cambiamento passivo, in quanto libere persone, che non è affatto da assimilare al plagio. E' il cambiamento che avviene in noi quando siamo a contatto con qualcuno (a volte anche con qualcosa) che sentiamo più grande di noi e che viene a noi come per noi. L'educazione che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e dai nostri maestri è da rubricare da questa parte. Da questa parte però è da rubricare, anzitutto e soprattutto, il rapporto con Dio, cioè poi la qualità della nostra vita interiore. Che è essenzialmente un cambiamento passivo. Un cambiamento, comunque, che non viola la nostra libertà, perché può avvenire solo se da noi liberamente accolto. Questo cambiamento poi dilata lo spirito, perché porta con sé e in noi una realtà che è più grande di noi.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Dare e ricevere sono modi di cambiare. Ed è meglio dare che ricevere, come sta scritto. Ma un essere umano prima di tutto riceve. Solo dopo, è in grado di dare. Imparare a ricevere è, dunque, imparare il primo e il più importante modo di cambiare. Segue, subito dopo, l'imparare a dare.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-03-19T17:50:44+01:00</published>
    <updated>2013-03-19T17:55:42+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15481/10978</id>
    <title type="text">L'ONCOLOGIA E LO PSICOLOGO</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14729&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 14 marzo 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'ONCOLOGIA E LO PSICOLOGO&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Sull'istituzionalizzazione dell&lt;span style="text-align: justify;"&gt;a figura di uno psicologo in Oncologia e sul suo ruolo...&lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Alcune riflessioni mi vengono suggerite da una lettera inviata dal Dott. Alessandro Bovicelli al giornale "La Repubblica". Scrive il dottore che è necessario e urgente istituzionalizzare in qualsiasi Oncologia la figura di uno psicologo-oncologo e su questa affermazione si può essere tutti d'accordo.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Ma la mia attenzione si fissa soprattutto su quanto segue: "Ormai sia la chirurgia che le successive terapie sono in grado di fare grandi sforzi per provare a raggiungere i risultati migliori. Questo però comporta per il paziente di essere sottoposto a degenze molto lunghe, a mutilazioni fisiche importanti per cercare di ridurre a zero il residuo di malattia, e travagli psicologici troppo difficili da sopportare da soli".&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15482&amp;amp;stream=" width="400" height="309" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Provo a riscrivere questa frase in modo diverso: "Ormai sia la chirurgia che le successive terapie sono in grado di raggiungere i risultati migliori. Mutilazioni fisiche, anche importanti, riducono a zero il residuo di malattia garantendo la guarigione. Con questi innegabili vantaggi il paziente sarà in grado di superare i travagli psicologici". Con queste modifiche sostanziali la frase risulta senza dubbio più rassicurante, ma purtroppo è falsa, è vera la prima. Sono veri soprattutto l'incertezza ed il disagio che affiorano dalla lettera originale come avviene tutte le volte che il medico realizza che la malattia è grave e l'esito della cura, nonostante le migliori intenzioni, incerto.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 Lo psicologo però non è la soluzione del problema, o meglio, non è l'unica soluzione e forse nemmeno la più importante. Il malato, anche e soprattutto quello affetto da un tumore, ha un percorso ben definito da compiere: dapprima incontra il medico di famiglia, poi il clinico o il chirurgo o l'oncologo, non necessariamente in quest'ordine; l'approfondimento diagnostico comporterà l'esecuzione di esami stressanti, talvolta invasivi, dovrà infine affrontare una verità destabilizzante per lui e per chi gli è vicino.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Colui che, fra i medici che incontrerà in un contesto multidisciplinare, avrà saputo meglio comprendere le sue incertezze e le sue paure, diventerà il suo medico. Colui che sarà stato capace di stabilire un lungo percorso da fare insieme definendo una relazione di cura, diventerà anche il suo psicologo, la figura di riferimento al quale rivolgersi in ogni momento. Il dialogo che si instaurerà fra i due sarà tanto più lungo e franco quanto più grave sarà stata la diagnosi di malattia. Il malato dovrà allora essere edotto a tal punto da assumersi in parte la responsabilità della cura e a decidere comunque ciò che è meglio per lui. La consapevolezza del suo stato lo renderà più responsabile e capace di combattere partecipando attivamente alle varie fasi del trattamento. Su di un soggetto siffatto lo psicologo vero potrà avere qualche possibilità di successo, assai più difficile sarà il suo compito se il paziente è stato trattato con reticenza e, in definitiva, con scarsa umanità.&lt;br /&gt;
 Lo psicologo non dovrà, in ultima analisi, essere colui che ripara i guasti provocati da chi lo ha preceduto.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-03-14T12:35:14+01:00</published>
    <updated>2013-03-14T12:49:42+01:00</updated>
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    <title type="text">CAMBIARE ED ESSER CAMBIATI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14692&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 5 marzo 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;CAMBIARE ED ESSER CAMBIATI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Crescere e invecchiare è un nostro modo di cambiare passivo, ossia esser cambiati.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15445&amp;amp;stream=" width="252" height="200" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/span&gt; 

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;Riprendendo: all'origine, una situazione di "esser già lì", che rimanda a Qualcuno non riconducibile a sua volta ai nodi della fragilità dell'esserci; in fine, una situazione di stabilità nella vita che non può che venire da un Signore della vita. All'origine e in fine, dunque, un "luogo di senso" su cui non possiamo mettere le mani a nostro piacimento, perché ne dipendiamo radicalmente.&lt;/span&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 Quanto al cambiare, rispetto a questo "luogo di senso", viene ora innanzi un paradosso. Questo riferimento all'origine e alla fine è ciò che più importa per una strategia di vita, ma questo riferimento è anche quello che meno è visibile ai nostri occhi nella quotidianità. Anzi, è quello che è proprio invisibile. Nella quotidianità siamo assediati da mille richieste di cambiamento, ma nessuna di queste richieste pare correlata con il cambiamento di "prospettiva" domandato da quel "luogo di senso". E infatti gli esseri umani per lo più se ne dimenticano, a meno che non vedano la morte come un che di imminente per loro. Quell'invisibile è però il senso del visibile: di quel visibile che ottunde uno sguardo che pure, di suo, potrebbe levarsi per mirare altrove.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Peccato! Perché i cambiamenti più profondi sono proprio quelli legati a questa mira dell'invisibile. Lo si afferra subito solo che si pensi che da questa mira vengono personaggi come Francesco d'Assisi, come Benedetto da Norcia, come Teresa d'Avila o come Caterina da Siena. E migliaia d'altri come loro, più o meno noti. Compresi altri che non hanno mai sentito dire di Gesù di Nazareth.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Sono questi "veggenti" quelli che hanno cambiato il mondo prima d'ogni altro: e per vastità e per profondità e per stabilità di influsso. Certamente lo hanno cambiato più di quegli altri che non hanno mai veramente mirato altrove. Il fatto è che il cambiamento di fondo è quello che la finitudine mette all'opera per esemplarsi su ciò che non finisce mai. Questo essa ha sempre come destino, se sa di sé. Se sa di sé come di un finito, sa pure di qualcosa come un che di infinito. E non può non desiderarlo per sé. Deve tuttavia tener fermo, un essere finito (come noi tutti siamo), che questo desiderio d'infinito non può essere saturato da un progetto di produzione dell'infinito (il miraggio di quella parte della modernità che è stata da sempre affascinata dall'idea delle "magnifiche sorti e progressive" - tradizione liberale e tradizione marxista); può esserlo solo da un (possibile) libero venire dell'infinito nel finito. &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Questo venire a noi dell'infinito, che tutte le religioni del Libro predicano, è forse l'ultimo cambiamento possibile per noi. Ma in tal caso si tratta di un cambiamento molto speciale: si tratta di un cambiamento da cui siamo cambiati. Accenno così a un discorso un po' diverso da quello finora fatto, che concerne il nostro attivo cambiare (noi - mediante il nostro agire; il mondo naturale - mediante il nostro fare) o il passivo esser cambiati dagli eventi fisici (che comprendono anche il diventare adulti e poi l'invecchiare). Questo discorso riguarda l'esser cambiati da altri e, in ultima istanza, da Altro. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-03-04T12:09:40+01:00</published>
    <updated>2013-03-04T12:18:40+01:00</updated>
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    <title type="text">SIAMO QUEL CHE MANGIAMO</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14678&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 28 febbraio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;SIAMO QUEL CHE MANGIAMO&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;In questi giorni è scoppiato il caso delle lasagne (e altro) contenenti carne di cavallo.&lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15430&amp;amp;stream=" width="400" height="274" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il caso sta facendo rumore e rivela quanto intricato sia il problema della salute alimentare.&lt;br /&gt;
 Per cominciare rivela una forte attenzione alla integrità del cibo come premessa primaria per la salute: siamo ciò che mangiamo, in qualche misura, e dunque mangiare cose sane significa essere sani, e al contrario mangiare cose non sane significa minacciare la salute "dall'interno" per così dire. Del resto il timore dell'avvelenamento è un classico fin dalla mitologia greca… vorrà dire qualcosa, no?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Tuttavia colpisce quanto poco per contrasto siamo sensibili ad altri tipi di avvelenamento: stiamo sollevando un putiferio per un 1% di carne equina probabilmente non dannosa anche se magari non ottima per qualità della materia prima, ma accettiamo ogni giorno livelli di avvelenamento dell'aria senza praticamente fiatare, fatta eccezione per qualche sussulto estemporaneo. Così come colpisce il fatto che in questa questione delle lasagne al cavallo viene giustamente sollevata la questione del tradimento: va bene che l'ingrediente cavallo era scarso e non micidiale, ma è grave che non fosse denunciato!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Bene, benissimo, tutto giusto: ma allora perché non ci preoccupiamo altrettanto della correttezza di informazione per esempio sulla bolletta dell'energia elettrica, o sulla chiarezza delle leggi emanate dal parlamento. Per esempio, lo sapete che il contenimento dei compensi ai manager pubblici, ufficialmente varato, non è operativo? Anche qui crediamo una cosa che non è, ma non solleviamo un caso per questo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 C'è poi la questione del "cavallo": animale nobile, poetico, eroico…che non ci va di mangiare, come per il cane o il gatto di casa, mentre il manzo si, animale meno poetico (tranne che per il Carducci!).
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-02-28T10:48:44+01:00</published>
    <updated>2013-02-28T10:52:46+01:00</updated>
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    <title type="text">FORMAZIONE MEDICA: FRANCIA DOCET</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14618&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 13 febbraio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;FORMAZIONE MEDICA: FRANCIA DOCET&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
"Sapere, Saper fare, Saper essere"...spunti e consigli di un giovane medico italiano a Parigi.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15370&amp;amp;stream=" width="500" height="234" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La mia attenzione è attirata da un articolo comparso sulla rivista &lt;a href="http://www.enpam.it/giornale-della-previdenza" target="_blank"&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;&lt;strong&gt;Il giornale della previdenza&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;. Il titolo è &lt;em&gt;"Francia, l'importanza della pratica durante gli studi"&lt;/em&gt;. Chi scrive è un giovane neolaureato in medicina che ha passato, grazie ad una borsa Erasmus, l'ultimo anno, il sesto, a Parigi. Scrive così: "&lt;em&gt;In Francia la pratica ha certamente un ruolo prevalente sulla teoria, specialmente nel secondo triennio. Ciò permette agli studenti:&lt;br /&gt;
 - di acquisire una maggiore sicurezza delle proprie capacità di relazione col paziente e della propria dimestichezza con i gesti medico-chirurgici;&lt;br /&gt;
 - di studiare con più facilità in autonomia prendendo spunto dai casi clinici presentatisi all'Ospedale;&lt;br /&gt;
 - una maggiore capacità e scioltezza nella comunicazione e presentazione di casi clinici o dubbi ai professori o dottori loro tutor&lt;br /&gt;
 Per mettere davvero in atto il motto, ad oggi vuoto di significato - sapere, saper fare e saper essere- a mio parere è necessaria una maggiore attenzione anche agli ultimi due punti elencati. Il sistema francese funziona a meraviglia per i tirocini pratici soprattutto perché tutti gli ospedali pubblici partecipano alla formazione dei giovani medici e ciò fa si' che non esistano tirocini con più di 4 persone per reparto. Questo sarebbe impossibile in Italia dove gli ospedali universitari sono gli unici referenti nella formazione&lt;/em&gt;". &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
La diagnosi- denuncia del giovane medico sembra ineccepibile. A proposito sono andato alla ricerca di quanto scrissi nell'ormai lontano 2005: &lt;em&gt;"l'insegnamento universitario e post- universitario specialistico dovrebbe essere esteso a quei settori ospedalieri che, sulla base di criteri prestabiliti, risultino idonei. La pratica e la teoria potranno così integrarsi nel migliore dei modi. Il professore universitario, conscio delle sue qualità, non dovrà temere la concorrenza e non dovrà pretendere di essere il solo depositario del sapere".&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;
 Quanto scritto mi era stato suggerito dalle lamentele di un medico, specialista in chirurgia generale, che nel corso dei 5 anni della specialità aveva eseguito in prima persona un solo intervento di safenectomia ovvero asportazione di una vena varicosa della gamba che, per la sua semplicità, si fa eseguire, sotto controllo di un tutor, ad un aspirante chirurgo alle prime armi.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Sono passati 8 anni da allora ma mi pare che poco sia cambiato noostante ci sia un tentativo in atto anche da noi di riformare la Scuola di Medicina. La vera novità comunque sarebbe quella di ascoltare per intero il giovane medico che ha scoperto...Parigi. Senza quell'allargamento agli ospedali infatti si continueranno a formare medici ricchi di nozioni (sapere), che scopriranno il più delle volte inutili, incapaci di muovere con destrezza le mani (saper fare) e che, non avendo mai incontrato un malato con il quale confrontarsi, troveranno difficoltà a creare con questo una relazione (saper essere).&lt;br /&gt;
 Il medico sarà allora costretto ad imparare il mestiere soltanto dopo, a studi finiti, a prezzo di ulteriori frustrazioni e sacrifici.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-02-13T17:52:27+01:00</published>
    <updated>2013-02-13T18:05:14+01:00</updated>
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    <title type="text">CYBERCONDRIA</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14612&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 6 febbraio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;CYBERCONDRIA&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Da piccolo acciacco a sintomo patologico: rischio di ipocondria per i cyber pazienti. 
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15364&amp;amp;stream=" width="400" height="266" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sto rischiando il cosiddetto "diabete senile", come accade a molti altri che come me fanno vita sedentaria e amano un cibo ricco e gustoso. Il mio medico mi ha prescritto i soliti esami e quindi mi ha dato alcune indicazioni pratiche: avrei dovuto attenermi a quelle e stare tranquillo. E invece no…&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Come accade a molti ho voluto andare "un po' a vedere" sul web se trovavo qualche indicazione e informazione.&lt;br /&gt;
 Sono praticamente giorni che dedico la serata a cercare sul web, trovando una infinità di spiegazioni e indicazioni da far girare la testa. L'unico vantaggio è che non seguo più in tv  i dibattiti elettorali (e questo credo faccia molto bene alla mia salute in generale): ma quanto a farmi idee più chiare sulla miadi certo la situazione è peggiorata assai.&lt;br /&gt;
 Non so più se devo o meno fare molto movimento, o curare molto la dieta, o prendere determinati medicinali, o semplicemente stare tranquillo e rilassarmi, o chattare con una serie di persone che stanno curando o hanno appena curato questa sindrome, o rivolgermi a centri specializzati a quanto pare diffusissimi (strano, prima non ne avevo mai visti!).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Insomma, non so bene se il web fa bene o male al mio quasi-diabete: di certo sembra che non sia il solo ad avere questo problema, anzi pare quasi sia il problema centrale del secolo.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-02-06T10:37:45+01:00</published>
    <updated>2013-02-06T10:40:40+01:00</updated>
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    <title type="text">LA MORTE NON SI DICE?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14569&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 29 gennaio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA MORTE NON SI DICE?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Mia zia è morta 12 giorni fa. Aveva 87 anni, era l'unica sorella di mio padre e viveva da sola.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15319&amp;amp;stream=" width="400" height="300" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Ha iniziato a stare male mesi fa, ha incrociato purtroppo una serie di medici poco attenti - sono gentile - fino a quando non ce l'ha fatta più. Abitava da sempre in Molise, regione la cui offerta sanitaria è considerata una delle peggiori del nostro paese. Ma non è di questo che voglio parlare, perché sono ancora troppo piena di rabbia per essere oggettiva.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 E' morta da sola, dopo un ricovero d'urgenza fatto da me a distanza, perché conosco qualche medico che si è laureato e specializzato a Pavia. Non sono riuscita a rivederla viva, avevo programmato di andare a trovarla , ma ho rimandato perché ho in casa due genitori anziani, mio padre ha 92 anni, mia madre 85. Non è facile allontanarsi se non dopo aver organizzato reti protettive.&lt;br /&gt;
 Non posso negare di avere nella testa l'ultima telefonata che le ho fatto, continuava a pregarmi di fare presto ad andare perché voleva vedere me e mio fratello un'ultima volta - le persone si accorgono sempre di essere vicine alla morte, noi medici dovremmo saperlo - le ho detto che doveva avere pazienza e di non fare i capricci. La mattina successiva mi hanno telefonato che era morta nella notte. Non è della mia tristezza che voglio parlare, anche se immagino che emerga tra le righe, né dei miei sensi di colpa per non essermi messa in viaggio in tempo. &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
In questi giorni di rincorsa alle inevitabili pratiche burocratiche, quelle che ti fanno pensare che persino morire sia complicato in questo paese, sto riflettendo sulla solitudine, sull'invecchiamento, sull'illusione che ci siamo dati da anni che la vita sia semplice e che basti mangiare sano, avere abitudini di vita corrette, per sottrarsi alla malattia. Mia zia faceva regolari controlli ogni sei mesi - la prendevo in giro per la sua ipocondria - mangiava pochissimo, era attenta a tutto. Non è bastato, perché l'idea che si possa vivere per sempre giovani e sani fa parte della "civiltà del Prozac" di cui parlava Giovanni Sartori qualche giorno fa sul &lt;a href="http://www.corriere.it/editoriali/13_gennaio_23/economia-prozac_9d211208-6524-11e2-a9ef-b9089581fbcf.shtml" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;Corriere della Sera&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, riferendosi ovviamente al contesto economico.&lt;br /&gt;
 La medicina non è stata e non è diversa.&lt;br /&gt;
 La consapevolezza del limite non fa più parte da tempo del nostro linguaggio, forse perché dobbiamo esorcizzare le nostre paure. Quando parlo con i miei amici, con gli studenti, con i colleghi, di questi argomenti li vedo divisi tra quelli che cambiano subito discorso e mi dicono che sono morbosa, quelli che iniziano a raccontarmi le loro esperienze, quelli che scoprono che si può pronunciare la parola "morte" senza che cada il mondo.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Mi piacerebbe raccogliere le vostre riflessioni su questo, una società umana non può avere paura delle parole e non può essere costruita sulla rimozione. Ritornare a scambiarci idee sul nostro destino forse ci può aiutare a crescere e ad affrontarlo con maggiore leggerezza.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-01-29T16:01:12+01:00</published>
    <updated>2013-01-29T16:39:22+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15311/10978</id>
    <title type="text">IL DESIDERIO UMANO DI ETERNITA'</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14562&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 24 gennaio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;IL DESIDERIO UMANO DI ETERNITA'&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Della Fine e dell'Inizio: un "luogo di senso" da cui dipendiamo radicalmente.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15312&amp;amp;stream=" width="500" height="226" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La nostra origine è nella coppia genitoriale, almeno in senso simbolico (con le nuove tecniche di inseminazione artificiale il quadro di natura tradizionale non funziona più di tanto…). Ma la coppia genitoriale simbolica è pure una origine "storica". Anch'essa infatti ha avuto, a sua volta, una origine. Il mito adamitico è lì a dire, a modo appunto del mito, che si deve risalire necessariamente a una origine di natura diversa (trascendente) per venire a capo del problema. Di contro si para il darwinismo, oggi tornato di moda. Ma come teoria generale del senso, il darwinismo è poco più di un surrogato per sprovveduti. Una serie finita di generazioni non toglie, infatti, al finito la sua natura di finito. E il finito da solo non può stare. Sarebbe finito da niente, cioè sarebbe infinito (se niente finisce qualcosa, questo qualcosa è non-finito, cioè, appunto, infinito). Avremmo, allora, qualcosa che è finito e nel contempo infinito. Avremmo un'assurdità impensabile...&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Un discorso simile vale per la nostra fine. Certo, ci son di quelli che dicono, come Sartre, che siamo destinati a… ingrassare i cavoli. Ma difficilmente un essere umano di fronte alla morte si accontenta di convinzioni di questo tipo. L'umanità ha sempre onorato i propri morti e in molte maniere ha inventato forme di vita nell'al di là, sin dai tempi più antichi. Forse sulla nostra sopravvivenza non ci sono argomenti assoluti (filosoficamente parlando) per pensarla come cosa necessaria. Né la tradizione cristiana, del resto, la predica in questo modo. La vita eterna è piuttosto un dono ricevuto dall'alto. Tutta la vita del nostro desiderio però prende senso solo se si guarda oltre la morte. Ricordavamo già la parola di Nietzsche sul desiderio umano: vuole eternità.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Riprendendo: all'origine, una situazione di "esser già lì", che rimanda a Qualcuno non riconducibile a sua volta ai nodi della fragilità dell'esserci; in fine, una situazione di stabilità nella vita che non può che venire da un Signore della vita. All'origine e in fine, dunque, un "luogo di senso" su cui non possiamo mettere le mani a nostro piacimento, perché ne dipendiamo radicalmente.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-01-24T11:28:57+01:00</published>
    <updated>2013-01-24T11:36:58+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15306/10978</id>
    <title type="text">LA POLITICA CHE GIOVA ALLA SALUTE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14557&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 23 gennaio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA POLITICA CHE GIOVA ALLA SALUTE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
La campagna elettorale sta ormai entrando nelle orecchie e nei discorsi di tutti noi.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15307&amp;amp;stream=" width="400" height="246" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 E' un momento particolare per il paese e bene o male ne siamo consapevoli, anche se non tutti abbiamo le idee chiare su cosa va fatto e su chi è il più adatto a farlo.&lt;br /&gt;
 Ma, di tutti gli stimoli che questo grande rito democratico può offrire, vorrei qui richiamare l'attenzione su uno del tutto marginale e in realtà eccentrico. Avete notato come la "ri-discesa in campo" di Berlusconi abbia giovato al suo umore, alla sua vitalità e al suo aspetto fisico, vale a dire, in una parola alla sua "salute"?&lt;br /&gt;
 Un uomo della sua età e con il logorio di una vita vissuta intensamente esprime, accollandosi quella che dovrebbe essere una "fatica" psicofisica pericolosa per il suo benessere, uno stato di euforia e di tonicità, di reattività e prontezza psicologica, molto positivo per la sua età.&lt;br /&gt;
 Mi ricordo di avere ascoltato una intervista del suo medico del San Raffaele che rispondeva a una domanda di un giornalista - prima della ridiscesa - proprio sulla opportunità di accollarsi quella fatica: ebbene, quel medico (di cui mi sfugge il nome ora) diceva che anzi per uno come "lui" era invece benefico lottare, partecipare, insomma stare sulla scena.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Questo caso è dunque una ulteriore dimostrazione di un principio valido per tutti noi: stiamo meglio quando ci sentiamo attori e non spettatori, attivi e non passivi, in lotta per affermare la propria volontà anziché ritirati e rassegnati. E' una legge psicofisica ben nota, ma che in questa strana occasione si impone nei media.&lt;br /&gt;
 E, avrete notato, anche Bersani ha un'aria piena di salute…
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-01-23T10:37:19+01:00</published>
    <updated>2013-01-23T10:44:21+01:00</updated>
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    <title type="text">IL CIBO IN OSPEDALE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14467&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 8 gennaio 2013&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;IL CIBO IN OSPEDALE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;Come può una polpetta, forse di carne, risultare immangiabile anche per i palati meno schizzinosi?&lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15217&amp;amp;stream=" width="400" height="300" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Nel 2010 la Conferenza Stato - Regioni ha approvato le &lt;a href="http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1435_allegato.pdf" target="_blank"&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28);"&gt;&lt;strong&gt;Linee di Indirizzo Nazionale per la ristorazione ospedaliera&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; messe a punto dal Ministero con l'obiettivo di migliorare il rapporto fra paziente ricoverato e cibo e a prevenire e curare i casi di malnutrizione. Sembrerebbe però che i tagli alla Sanità, imposti dalla grave crisi economica, abbiano vanificato questi buoni propositi.  &lt;br /&gt;
 Come conseguenza si legge, da uno studio dell'Osservatorio Nazionale sulla salute nelle Regioni, che la qualità del cibo che viene somministrato ai malati negli Ospedali, viene bocciata in un caso su tre. Potrebbe sembrare una percentuale accettabile ma non è così. Non è detto infatti che le due persone su tre che non denunciano la cattiva qualità dell'alimentazione siano in realtà soddisfatte. I malati ricoverati purtroppo hanno altre cose a cui pensare e potrebbero preoccuparsi che una denuncia considerata secondaria, come quella che riguarda la cattiva qualità del cibo, possa disturbare il manovratore (medici, infermieri, amministratori) con reazioni imprevedibili sul povero paziente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Alla lunga premessa seguono i fatti consistenti in un mio ricovero di qualche giorno in Ospedale e dall'incontro col cibo che viene somministrato ai pazienti. Come può un semplice caffè e latte risultare imbevibile ed un passato di zucca essere una brodaglia scura che non conserva alcun sapore del suo costituente originale? Come può una polpetta, forse di carne, risultare immangiabile anche per i palati meno schizzinosi e una mela cotta essere così poco gustosa, oltreché risultare, alla semplice apparenza, pallida e malaticcia, meritevole essa stessa di cure? Mi sono allora chiesto se esistesse in questo Ospedale un Servizio di Nutrizione Clinica e la risposta è stata: esiste in questo Ospedale come dovrebbe esistere almeno nel 10% delle Strutture Ospedaliere concentrate al Nord. Ma se questi sono i risultati viene da pensare che detto Servizio si occupi solo di diete personalizzate e di casi conclamati di malnutrizione trascurando totalmente la qualità del cibo delle diete "standard" che interessa una percentuale tutt'altro che trascurabile di pazienti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 E' un vero peccato che tutto ciò avvenga!! Il rito del pasto quotidiano, per un malato che ha già sufficienti motivi per avere il morale a terra, dovrebbe servire a migliorare il tono del umore, scacciare pensieri molesti, favorire un senso di aggregazione fra persone col nascere di discorsi che distraggano dalla realtà contingente. Questo tipo di cibo invece, così mal servito, con efficienza, ma anche con tanta freddezza, non può che sortire l'effetto opposto. Sicuramente c'è chi si preoccupa del tornaconto che devono avere le Aziende che forniscono questo Servizio (!?). Pochi pensano al fatto che quel senso di benessere che può derivare dal sentirsi meglio anche quando si è malati unito ad un po' di ottimismo, possono realmente favorire i processi di guarigione con un risparmio di giorni di degenza ed un guadagno per la Sanità intera.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2013-01-08T12:57:02+01:00</published>
    <updated>2013-01-08T12:59:32+01:00</updated>
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    <title type="text">CAMBIARE PER GLI ALTRI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14384&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 12 dicembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;CAMBIARE PER GLI ALTRI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify;"&gt;Si può guardare ad altri in due modi (semplificando): da "consumare" o da "curare". &lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15133&amp;amp;stream=" width="400" height="267" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Si può trattare altri come risorse per conseguire determinati vantaggi o un certo benessere. Cioè si può trattare altri come oggetti di consumo, esattamente come si fa per i vari prodotti che servono a riempire il carrello al supermercato. L'altro può essere poi "consumato" in vari modi (la storia umana è per buona parte il risultato di questo "consumo"): può essere sfruttato nel lavoro, può essere abbandonato nell'indigenza, può essere disprezzato, può essere brutalizzato e torturato, può essere tradito o calunniato ecc. ecc. Tutto questo perché il "caro io" (diceva ironicamente E. Kant) sia nutrito al meglio.&lt;br /&gt;
 Oppure l'altro può essere "riconosciuto" nella sua grandezza di persona e fatto oggetto non solo di rispetto, ma anche di attenzione amichevole. L'attenzione amichevole è l'attenzione di chi prende sollecitudine per il bene dell'altro. In certo modo, ne ha cura; in certo modo, lo protegge e lo libera dal male.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Si è già inteso che questa seconda maniera è quella che fa fiorire un essere umano. L'altra, la prima, lo conduce a morte, perché muore nella propria umanità anche colui che fa morire. E quindi si è già inteso che il cambiamento che val la pena perseguire, perché è il primo e il più "regolativo" di tutti i possibili cambiamenti dei rapporti tra noi, è il cambiamento che orienta alla buona complicità con l'altro uomo.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
C'è però anche un cambiamento che è il padre di tutti i cambiamenti: il cambiamento che riguarda la maniera di guardare alla nostra origine e alla nostra fine. Qui si fa innanzi il lavoro personale sul senso della dipendenza e della indipendenza. Noi tendiamo spesso a essere dipendenti da ciò da cui non dovremmo per nulla dipendere. Viceversa, tendiamo spesso ad essere indipendenti da ciò da cui invece dovremmo dipendere. Così finiamo in una confusione della spirito che rende inutili tanti asseriti cambiamenti.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-12-14T18:07:21+01:00</published>
    <updated>2013-01-08T12:40:11+01:00</updated>
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    <title type="text">Interviste nel passato &lt;/br&gt; ELIZABETH BLACKWELL</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14380&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 7 dicembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;Interviste nel passato &lt;/br&gt; ELIZABETH BLACKWELL&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Intervista immaginaria con la prima donna della storia a essersi laureata in Medicina e Chirurgia.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;em&gt;&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15129&amp;amp;stream=" width="400" height="272" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Mi trovo davanti una signora piuttosto anziana, provata dal tempo che passa, sul suo volto si leggono i segni delle lotte che l'hanno accompagnata in questi anni di vita. Questa signora, capelli grigi e un lungo velo nero sulla testa, è Elizabeth Blackwell, nata a Bristol nel 1821, degna di memoria essendo la prima donna della storia ad aver conseguito una laurea in medicina e chirurgia al Geneva Medical Institute di NY nel 1849.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/em&gt; &lt;u&gt;Signora Blackwell, ringrazio per avermi accolta nella sua casa; innanzitutto sento il bisogno di esprimerle la gratitudine da parte di tutte le donne per aver lottato per loro così da agevolare le differenze tra uomo e donna nel campo della chirurgia. E' da pochi giorni uscita la sua autobiografia "Pioneer work in opening the medical profession to women"; in queste pagine si percepisce spesso la presenza di suo padre che lei chiama "our earthly providence", quanto e' stato importante  nell'influenzare le sue scelte di vita e la donna che lei e' ora?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/u&gt; Mio padre è sempre stato un uomo fuori dal comune; aveva atteggiamenti piuttosto liberali, anche nei confronti delle ideologie sociali e della religione e questa educazione mi ha influenzato molto. Ha sempre pensato che se un bambino manifesta un talento o un dono questo non debba essere in alcun modo ostacolato, ma sempre favorito.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;em&gt;&lt;br type="_moz" /&gt;
&lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Poi nel 1830 suo padre decide che tutta la famiglia debba trasferirsi in America con lui, e lei comincia ad avvicinarsi al mondo della politica, se così si può dire.... &lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Avevo undici anni quando mio padre decide di trasferirsi a New York principalmente per lavoro. Il mio avvicinarmi alle sue idee, un po' socialiste diciamo, inizia qui. Ho cominciato a prendere parte a fiere e incontri per l'abolizione della schiavitù. Proprio  da qui nasce anche la voglia di battermi per l'emancipazione delle donne.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Le va di parlarci della morte di suo padre e di quello che ha comportato per lei e la sua famiglia?&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Purtroppo questo episodio occupa ancora un ruolo molto doloroso nella mia memoria nonostante siano passati diversi anni. Persi mio padre appena diciassettenne. Lasciò mia madre sola con nove figli. Non abbiamo avuto molto tempo per metabolizzare il lutto, dovevamo assolutamente riprendere la stabilità economica e allora accettai un posto come insegnante nella scuola femminile di Henderson, nel Kentucky.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Qual è stato quell'episodio importante della sua vita che l'ha spinta verso la medicina? &lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Una mia cara amica di Cincinnati è morta a causa di un cancro uterino e prima di morire mi disse che se fosse stata curata da un medico donna sicuramente si sarebbe risparmiata molte sofferenze. Allora comincio a girare per un po' di studi medici a chiedere un parere a riguardo: tutti mi rispondevano con la stessa frase "non ce la farai mai!" " dovrai travestirti da uomo per riuscire" .
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Ovvio dire che più sentivo queste parole più la mia determinazione cresceva! Cominciò così una strada tutta in salita. Non avevo la formazione necessaria per accedere ad una scuola di medicina: allora continuai a insegnare, ma andai ad abitare presso un medico, dove avevo a disposizione dei libri di medicina, potevo studiare e facevo un po' di pratica. Ma la prova più difficile era farsi accettare come donna nelle scuole di medicina. Una soltanto mi ammise: il Geneva Medical College di Geneva, New York.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Come  viene ammessa è un aneddoto che merita di essere raccontato! &lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Devo ringraziare la discriminazione che gli uomini avevano nei confronti delle donne! Il rettore, non riuscendo a prendere una decisione sulla mia ammissione, ha deciso di far decidere ai ragazzi del corso che però pensando si trattasse di uno scherzo hanno votato tutti per il mio inserimento nella classe! Incontrai però molti ostacoli e non solo all'interno del college; anche dove abitavo la gente mi evitava, pensando che fossi folle o addirittura immorale. Alcuni curiosi entravano ai corsi solo per vedermi, anche i professori erano in visibile imbarazzo e il medico che operava nella cittadina non voleva avere niente a che fare con me. Mi ritrovai a ricevere le persone più povere della città e gli immigrati che soffrivano di tifo, argomento poi della mia tesi.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Nonostante le difficoltà però so che il giorno della sua laurea ha avuto una bella sorpresa. &lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Il 23 gennaio del 1849 divento la prima donna a conseguire una laurea in medicina con una tesi che fu pubblicata sul Buffalo Medical Journal. Ero molto emozionata quel giorno. La cosa più bella fu la stima che mi dimostrarono i miei docenti e le parole che mi disse il rettore che ancora oggi ricordo: « ...Lei è stata in grado di dimostrare a tutti gli studenti che il più solido intelletto, la pazienza e la perseveranza più ostinata sono compatibili con le più dolci caratteristiche femminili di delicatezza e grazia.. » 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Qual è stato l'episodio che le ha fatto capire che finalmente i suoi sforzi e le sue lotte la stavano realmente ripagando?&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt; 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Veramente la laurea non la vidi mai come un punto di arrivo, ma il mio punto di partenza.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Subito dopo andai a Parigi e poi in Inghilterra, sperando di poter lavorare in qualche grande ospedale europeo per approfondire le mie conoscenze. L'unica opportunità fu tuttavia l'ammissione all'ospedale la Maternité per partorienti. In seguito, come tirocinante fui ospitata al St. Bartholomew's Hospital di Londra. Ma tornai negli Stati Uniti nel 1851 con l'intento di aprire un ospedale in tutta regola, chiamato il New York Infirmary for Indigent Women and Children che, come dice il nome stesso, offriva servizi ed ospitalità a donne e bambini poveri. In realtà volevo creare un vero e proprio college medico. Si trasformò così nel Woman's Medical College of the New York Infirmary e la scuola aprì i battenti nel 1868. L'anno dopo lascai la direzione a mia sorella Emily per tornare in Inghilterra dove fondai la London School of Medicine for Women. Poco tempo fa fui nominata Professore di Ginecologia al London School of Medicine for Children.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Vorrei concludere con lei questa intervista con una riflessione presa dal suo libro: "i medici sanno che il naturale nucleo familiare è il primo essenziale elemento di una società progressista. La degenerazione di quell'elemento a causa della degradazione di una delle due figure principali, la madre o il padre, sarebbe la rovina dello stato"&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Durante il mio operato londinese mi sono convinta che l'incidenza delle patologie veneree dipendeva strettamente dall'adeguata educazione sessuale che avevano ricevuto i ragazzi, e perciò ho focalizzato l'attenzione sull'importanza che il nucleo familiare e l'integrità di questo ricoprono sul preservare la salute dei figli. Inoltre, andando contro al pensiero di tutti miei colleghi, io penso che un ruolo fondamentale in tutto ciò lo abbiamo anche i medici che a loro volta devono farsi carico dell'educazione dei genitori. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Grazie mille signora Blackwell, oltre che per la pazienza anche per tutto quello che ha fatto per le donne e soprattutto grazie per aver lottato per noi credendo nelle nostre possibilità. &lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
Grazie a voi per esservi interessati alla mia storia. 
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;br /&gt;
 

&lt;div&gt;
Intervista a cura degli allievi del Master in Comunicazione e Salute nei Media Contemporanei dell'Università di Milano.&lt;b&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br type="_moz" /&gt;
&lt;/b&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;strong&gt;Fonti:&lt;/strong&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;em&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Elizabeth_Blackwell &lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;em&gt;http://en.wikipedia.org/wiki/Elizabeth_Blackwell &lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;em&gt;http://www.biography.com/people/elizabeth-blackwell-9214198 &lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;em&gt;http://www.biographyshelf.com/elizabeth_blackwell_biography.html &lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
&lt;em&gt;http://www.biographyshelf.com/elizabeth_blackwell_biography.html&lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;br type="_moz" /&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-12-07T18:49:56+01:00</published>
    <updated>2012-12-07T18:52:51+01:00</updated>
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    <title type="text">LA SALUTE DELLA SOCIETA'</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14378&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 5 dicembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA SALUTE DELLA SOCIETA'&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Giovani depressi e demotivati specchio di una società che non gode di ottima salute. Che fare?
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15127&amp;amp;stream=" width="456" height="356" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Confesso che non ricordo la fonte, solo che si tratta di uno studio molto articolato su come vivono i giovani nella società contemporanea, basato su  interviste fatte a più di 15000 ragazzi tra i 16 ed i 25 anni, residenti in più di 40 paesi diversi. Ho ascoltato i dati mentre ero alla guida della mia auto -direzione lavoro- e mi hanno colpito due numeri in particolare:&lt;br /&gt;
 1) il 70% dei giovani italiani vuole andare a vivere in un altro paese, rispetto al 47 % dei greci (se pensiamo che sia prevalente il fattore economico) ed al 25 % dei francesi e degli inglesi;&lt;br /&gt;
 2) siamo al 4°posto per infelicità, ancora una volta ben al di sopra di paesi in crisi economica come e peggio del nostro. Aggiungo che il suicidio è la seconda causa di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti di auto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Insomma i nostri ragazzi sono tristi e demotivati. E' colpa loro? Della crisi in generale? Proviamo invece a capire se non abbiamo tutti contribuito a creare, in modo attivo o per omissione, una società che non ha più luoghi educativi accoglienti e capaci di rispondere alle insicurezze tipiche dell'età. Ad esempio non posso non citare 3 casi recenti.&lt;br /&gt;
 A Roma si suicida un ragazzino di 15 anni, non più in grado di sopportare le volgari prese in giro da parte dei compagni e probabilmente anche di qualche insegnante.&lt;br /&gt;
 A Vicenza un ragazzino si rifiuta di andare a scuola per motivi analoghi, ma almeno è vivo.&lt;br /&gt;
 Poi a Trieste si suicida un'altra quindicenne per problemi legati alla scuola, per disperazione.&lt;br /&gt;
 Possiamo continuare a leggere queste notizie reagendo solo in modo sentimentale - Che peccato! Una vita sprecata! E così via...  - Mi viene invece in mente il profondo valore pedagogico che alcuni libri hanno avuto nella mia formazione. &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Pinocchio&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;, che è il diverso totale, perché è di legno e quindi non appartiene neppure al genere umano. Ma in fondo è davvero un bambino e lo diventa anche nella percezione degli altri solo dopo aver ricevuto amore, accoglienza ed una buona educazione. O il tanto vituperato &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Cuore&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;, che è pieno di bambini buoni e cattivi e di maestri e genitori che fanno il loro dovere fino in fondo. Possiamo rattristarci per chi non ce la fa, ma non è sufficiente. E' accettabile che un contesto vocato all'educazione lasci passare, ignori e permetta che una presunta diversità sessuale diventi stigma? E' accettabile che la violenza tipica delle età di passaggio, la crudeltà degli adolescenti su cui tanti romanzi si sono fondati e purtroppo anche tanti fatti di cronaca, non si trasformino in una domanda sul ruolo di noi adulti? Educare è difficile, presuppone non parole ma atti, perché i giovani sono sensibilissimi e capiscono subito se stai facendo una predica o se stai testimoniando i tuoi valori civili.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify;"&gt;
&lt;br /&gt;
 Ho a che fare quotidianamente con gli studenti, il fatto che sia l'università non cambia poi molto le situazioni. Perché la vera malattia della nostra società è contagiosa e si chiama deresponsabilizzazione.&lt;br /&gt;
 Non tocca a noi occuparci delle vite dei nostri studenti, ci penserà la famiglia e se qualche gruppetto esercita forme di violenza psicologica e/o fisica non è colpa nostra. I giovani non hanno voglia di studiare, sono "choosy " o poco flessibili. I giovani sono maleducati e pensano solo a divertirsi. Di quante chiacchiere da bar si alimentano i nostri giudizi ed il nostro modo di stare davanti ai nostri ragazzi?&lt;br /&gt;
 Certo il contesto non aiuta, ma non è una grande scusa. Insegnare non vuol dire solo passare informazioni ed assegnare compiti. E certo, la scuola italiana ha scarse risorse economiche. Ma la risorsa che nessuno può eliminare siamo noi docenti, di ogni ordine e grado.&lt;br /&gt;
 In un bellissimo libro purtroppo ormai introvabile -&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Il potere dei senza potere&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; - Vàclav Havel, al tempo in carcere, scriveva che le società si cambiano se ciascuno esercita fino in fondo la propria responsabilità. &lt;br /&gt;
 Sembra minimale, ma non lo è. Perché la salute di una società e di una istituzione dipendono anche dallo sforzo che ciascuno di noi pone in essere. In attesa che il mondo diventi migliore, insomma, proviamo a rendere vivibile il piccolo pezzo di realtà che ci circonda.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-12-07T18:26:07+01:00</published>
    <updated>2012-12-07T18:33:00+01:00</updated>
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    <title type="text">'FACILE E COMODO' NUOCE ALLA SALUTE?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14370&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 28 novembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;'FACILE E COMODO' NUOCE ALLA SALUTE?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Ci sentiamo il mondo in mano: abbiamo tutto subito e senza troppo sforzo. E le conseguenze?
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15119&amp;amp;stream=" width="400" height="277" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ho l'impressione che il modo in cui trattiamo la nostra salute stia prendendo una piega deformata dalle cattive abitudini mentali. Cattive abitudini indotte prima dal comportamento di consumo finalizzato all'avere tutto a disposizione (basta allungare la mano), pronto per noi sullo scaffale e nelle vetrine. Atteggiamento rafforzato e aggravato dalla esperienza del web, in cui con un solo click posso arrivare subito dove voglio…&lt;br /&gt;
 Insomma ci siamo (ci hanno) abituati all'immediatezza, al "tutto a portata di mano", "tutto veloce e facile". Una formazione che ci fa sentire faticoso e ingiusto dedicare tempo e fatica, anche un po' di sacrificio, ad ottenere le cose che vogliamo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Anche per la salute cerchiamo subito la "pillola" che risolve tutto subito (per esempio pensate alle magiche pillole che catturano i grassi, così puoi mangiare senza ingrassare!&lt;br /&gt;
 Nel mio  settore (sono uno psicologo) la lenta terapia di tipo interpersonale (la classica "analisi" per esempio) ha lasciato da tempo il posto ai farmaci più veloci ed efficaci del neuropsicologo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 E se fosse qui la malattia vera, nella ricerca di scorciatoie?
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-11-28T10:24:04+01:00</published>
    <updated>2012-11-28T10:39:43+01:00</updated>
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    <title type="text">LA COMUNICAZIONE VIRALE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14362&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 23 novembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA COMUNICAZIONE VIRALE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Cenni di comunicazione della salute in epoca 2.0. Cosa e come sta cambiando?
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15117&amp;amp;stream=" width="300" height="400" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nel 2006 la rivista Time dedicava la sua copertina all'utente di internet (YOU) come personaggio dell'anno per sottolineare la crescita del Web 2.0, seconda generazione di strumenti e servizi web. Questi tool cercano di enfatizzare la collaborazione e partecipazione tra gli utenti, la creatività e innovazione per dare origine a quella ''intelligenza collettiva'' capace di confrontare e creare idee nuove per rafforzare l'empowerment dell'utente. IN quegli anni, l'utilizzo di wiki e blog come strumenti collaborativi cresce anche in campo medico e farmacologico e molti pazienti si scambiano e condividono informazioni ed esperienze in internet.&lt;br /&gt;
 Wiki, il nome deriva dalla lingua hawaiana con il significato di "superfast" molto veloce, è un insieme di risorse Web (come un sito) su cui ciascun utilizzatore può aggiungere e modificare contenuti. Uno degli esempi più noti è Wikipedia, l'enciclopedia libera on-line. I wiki possono essere usati per conoscere un argomento, ma soprattutto come un mezzo di partecipazione virtuale per condividere informazioni o per permettere di approfondire la conoscenza di un argomento usando wiki come ambiente collaborativo.&lt;br /&gt;
 Wikipedia però soffre di un profondo dualismo: un successo per molti e un fallimento per altri per la mancanza di affidabilità e qualifica.&lt;br /&gt;
 Questa critica porta Larry Sanger, cofondatore di Wikipedia a ripensare a un progetto difeso dall'anonimato e dal dilettantismo. Nasce allora nel settembre 2006 Citizendium sulla base di Wikipedia, con la prospettiva di assumere nel tempo una sua vita propria. Il progetto è un wiki sperimentale che combina la partecipazione degli utenti sotto la direzione di esperti. Le caratteristiche principali che lo differenziano da Wikipedia sono la responsabilità (solo utenti registrati con i loro nomi reali), l'affidabilità (curriculum di conoscenze degli utenti ) a garanzia delle informazioni immesse nel testo.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Sempre in quegli anni dal centro di ricerca americano Pew Research Center for the People and the Press arrivano questi dati: 50 milioni sono i weblog. La maggior parte dei blogger (37%) scrive esperienze di vita personale, 11% di politica e &lt;strong&gt;solo il 4% di tecnologia e scienza&lt;/strong&gt;. Negli anni il blog vedrà un impiego  sempre più crescente, utilizzato spesso come un momento di riflessione comune e di approfondimento. Esempi di blog dedicati alla medicina sono tanti. Ricordiamo, ad esempio, il &lt;a href="http://www.webmd.com/" target="_blank"&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28); "&gt;&lt;strong&gt;WebMD- Better Information. Better Health&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; dell'Università del Texas dedicato alla nutrizione. Scritto non solo da medici, ma da dietologi, infermieri, e altri operatori sanitari riceve ogni mese circa 30 milioni di visite. Perché un malato si rivolge a un blog? Perché cerca delle risposte più emozionali che scientifiche, perché ha bisogno di condividere l'esperienza di altri malati, la loro sofferenza, ma anche la risoluzione della malattia. Inoltre la voce degli esperti lo aiuta a rispondere alle domande che si pone ogni giorno. Il &lt;a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/health/4211475.stm" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28); "&gt;blog-diario aperto da Ivan Noble&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;, giornalista della BBC, per parlare della sua malattia, un tumore maligno al cervello, ha commosso tutto il mondo. Ivan voleva condividere la sua sofferenza per aiutare altri malati a superare insiemi i momenti drammatici che inevitabilmente accompagnano ogni malattia. &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Oggi quasi alla fine del 2012, il rapporto del Censis (2012) sull'evoluzione dei consumi mediatici in Italia segna l'inizio dell'era biomediatica, dove l'utente diventa media di se stesso. La relazione parla di un notevole sviluppo di internet sia per numero di utilizzatori sia per le sue applicazioni: si assiste all'evoluzione della rete nella declinazione del Web 2.0 e nella crescita esponenziale dei social network, ma anche la miniaturizzazione dei dispositivi hardware e la proliferazione delle connessioni mobili aiutano questo eccessivo utilizzo del web. Internet è il medium con il massimo tasso d'incremento tra il 2011 e il 2012. Nel 2002 le persone che utilizzavano nella loro dieta mediatica televisione e radio erano il 46,6% del totale del campione, mentre i web surfers il 17,1%, in dieci anni la situazione si è rovesciata: questi ultimi sono saliti al 55,5% e i primi sono scesi al 25,2%.&lt;br /&gt;
 Certo non è cambiato l'interesse per l'informazione, ma sono cambiate le modalità per cercare l'informazione stessa.  &lt;br /&gt;
 La crisi dei media tradizionali e la comparsa di nuovi strumenti informativi introducono rapidi cambiamenti anche nel consumo e nella produzione di notizie. Il giornalismo del futuro sarà sempre più dipendente e promotore di contributi da parte di cittadini reporter. Il citizen journalism si sta sviluppando sempre di più dove l'utente non è solo consumatore ma anche produttore di contenuti, creando la figura del prosumer (producer e consumer ). Social media come &lt;span style="color: rgb(183, 179, 28); "&gt;&lt;strong&gt;You tube, Facebook, Twitter&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; sono ormai considerati produttori di notizie dove diventa sempre più importante non tanto chi informa ma come informa. Il giornale integrato potrà senz'altro arginare il calo della carta stampata, anche se tra i motivi principali si annovera  l'allontanamento dei giovani dalla lettura a stampa a fronte di uno sviluppo dei social, più vicini al loro modo di vita e alla loro  comunicazione.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Il cambiamento è senza dubbio forte portando la comunicazione a diffondersi come un virus nell'ambiente internet. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-11-23T19:08:48+01:00</published>
    <updated>2012-11-28T10:13:21+01:00</updated>
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    <title type="text">IL GIUSTO CAMBIAMENTO</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14361&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 15 novembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;IL GIUSTO CAMBIAMENTO&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;span style="text-align: justify; "&gt;Ebbene, giusto è il cambiamento, anzitutto e in generale, quando si cambia per uno scopo.&lt;/span&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Questo quando lo scopo è (o fa parte di) una strategia di fioritura della nostra vita. In verità, tutti i cambiamenti che desideriamo hanno di fatto questa intenzione atematica. Solo che a volte noi ci sbagliamo - di grosso - e prendiamo per fioritura ciò che sarebbe da chiamare piuttosto appassimento o fallimento. Richiamo alla mente i casi "canonici", citati in quasi tutti i grandi trattati di etica: se la mira di uno o di una è far soldi o acquisire potere o poter inseguire in ogni modo i piaceri del cibo e del sesso, parlar di fioritura mi par fuori luogo. Bisognerebbe dire in dettaglio perché, ma in questo breve intervento la cosa si può lasciare di nuovo all'intuizione e al buon senso di ognuno. Eppure, molta gente si comporta proprio così. Dimentica o non sa o fa finta di non sapere che il desiderio umano non può star quieto, se ha a che fare con cose che presto se ne vanno e che, in ultima istanza, non sono mai in nostro potere. Perché? Perché il desiderio umano vuole eternità (lo diceva persino Nietzsche). &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Noi però non siamo eternità. Cambiare nel verso giusto implica quindi modificare il proprio mondo personale (di cui il proprio mondo emotivo è parte rilevante), che tende, almeno nelle nostre società avanzate, all'autoreferenzialità (al narcisismo). Siamo eredi della modernità e la modernità è la lunga storia della costruzione dell'io e della sua intronizzazione, nonostante tutti i materialismi e i riduzionismi naturalistici. Ma questa tendenza, pur così universalmente diffusa, è tutt'altro che "naturale". L'io non è fatto per essere immediatamente per sé. L'io è una struttura "intenzionale", ossia è una essenziale relazione ad altro - e in ultima istanza ad altri (soggetti), compreso l'Altro con la maiuscola. Prova ne è che noi viviamo in quanto "incorporiamo" alterità (conoscendo e desiderando). Persino il nostro corpo è così orientato. Senza aria e luce, senza acqua e pane e frutti della terra, non potremmo vivere. Né potremmo vivere, del resto, senza una carezza; e solo altri può regalarcela.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Cambiare in modo giusto significa, dunque e fondamentalmente, cambiare la nostra maniera di guardare ad altri (e di guardare ad Altro). Se questo accade, anche la maniera di guardare la natura - su cui oggi molto e giustamente si insiste - cambia radicalmente. Ma cosa vuol dire, intanto, cambiare la nostra maniera di guardare ad altri?
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-11-16T18:24:38+01:00</published>
    <updated>2012-11-16T18:30:45+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15088/10978</id>
    <title type="text">LA (MALA)COMUNICAZIONE SULLA SALUTE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14340&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 7 novembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA (MALA)COMUNICAZIONE SULLA SALUTE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
"In 10 anni dimezzeremo i morti". Questa la notizia che fece sobbalzare gli esperti 8 anni fa.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15089&amp;amp;stream=" width="400" height="400" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Comparve su un importante quotidiano italiano e la frase, pronunciata da un famoso chirurgo - oncologo, si riferiva alla mortalità causata dal tumore del polmone. Il motivo di tanto ottimismo nasceva dalla speranza di poter meglio curare questo tumore mediante una diagnosi tempestiva ottenibile con una TAC spirale (o a basso dosaggio) da praticare su soggetti a rischio di malattia e cioè ultra cinquantenni forti fumatori.&lt;br /&gt;
 Nel frattempo la ricerca più accreditata (National Cancer Institut, ottobre 2010) ha effettivamente dimostrato che in un gruppo di pazienti studiati con TAC spirale vi sono stati meno morti che in un gruppo studiato soltanto con la semplice radiografia del torace. Gli autori dello studio però ammonivano chiunque avesse avuto intenzione di attuare su larga scala uno screening di questo genere, ad aspettare i dati riguardanti il costo - beneficio, gli effetti di un sovradosaggio TAC - correlato e l'invasività degli esami indispensabili per avvalorare un eventuale caso sospetto. Da non trascurare infine il coinvolgimento emotivo di persone sane coinvolte per anni in questo tipo di studio. Quando alla prosecuzione di una ricerca si pongono tutta una serie di paletti come quelli sopra riportati vuol dire che i risultati sono stati di difficile interpretazione, controversi e comunque modesti. Negli ultimi otto anni infatti la mortalità per cancro del polmone non solo non si è dimezzata, come promesso nell'articolo del 2004, ma è rimasta assolutamente invariata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Un dato di questo genere avrebbe dovuto consigliare  prudenza e invece ecco ricomparire, pochi giorni fa e dalla medesima fonte, l'ennesimo titolo ad effetto: "Otto malati su dieci si salveranno, così sconfiggeremo il big-killer". Il big-killer è sempre il cancro del polmone. Questa volta lo studio si prefigge di associare ad una TAC spirale un banale esame del sangue per la ricerca di indicatori biologici di malattia, particolari marcatori molecolari in grado di segnalare  sul nascere la presenza di un tumore polmonare: i micro-RNA.&lt;br /&gt;
 Tralascio di elencare, non è questa la sede, gli innumerevoli problemi di ordine interpretativo che nascerebbero in presenza di un micro-nodulo polmonare che dovesse comparire nel corso della ricerca (micro-nodulo non sempre vuol dire tumore, anzi!) ma mi lascia sconcertato l'ammissione del Direttore di Medicina Molecolare che partecipa al programma: "Uno degli obiettivi della ricerca sarà la validazione finale del test del micro-RNA".&lt;br /&gt;
 E allora perché anticipare risultati miracolosi di un test ancora da validare?&lt;br /&gt;
 E che tipo di ricerca è quella dove, anziché elencare gli obiettivi, già si annunciano trionfalisticamente i risultati? Tutto quanto sin ora esposto mi rafforza nella convinzione che la ricerca in campo clinico debba unire competenza, serietà e discrezione e che i risultati, negativi o positivi, debbano comparire su Riviste Specializzate e discusse nell'ambito di Congressi di Medicina.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Un progresso reale, soprattutto in campo Oncologico, in grado di salvare molte vite, troverà da solo la forza di raggiungere i mezzi di informazione più importati per propagarsi, in brevissimo tempo, in ogni angolo del mondo.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-11-07T15:59:40+01:00</published>
    <updated>2012-11-07T16:19:58+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/15010/10978</id>
    <title type="text">NATURA: OSTILE O AMICA?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14262&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;lunedì 5 novembre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;NATURA: OSTILE O AMICA?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
La tragedia di una morte come spunto per riflettere sull Natura e sulla nostra Vita. 
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=15011&amp;amp;stream=" width="300" height="400" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Ho avuto in questi giorni una esperienza dolorosa, che mi ha fatto ripensare ancora al tema del nostro rapporto con la natura. Abbiamo tutti un gran sogno-bisogno di natura-mamma buona, e l'ecologismo, il bio, le terme, l'agriturismo sono lì a dimostrare quanto vogliamo credere a una natura che ci sana, ci fa essere noi stessi, ci rigenera… ma se i nostri progenitori sono passati da questo paradiso alla città e alla tecnologia, ci sarà pure una ragione!?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 La natura non è quella della pubblicità o quella disneyana: è dura e spesso ostile, ci fa marcire il raccolto e costa fatica, come i contadini veri sanno bene. Le mele davvero naturali sono bacate in alta percentuale, e si finisce per mangiare solo ciò che vermi e uccelli ci hanno lasciato…Una amica alpinista purista in solitaria ha posto la tenda campo sotto una costone di roccia, il punto più sicuro a detta di tutti gli esperti. Imprevedibilmente tutto il costone si è staccato, travolgendola nel sonno (almeno quello) e portandola oltre la vetta che cercava, molto più in alto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 La natura amica e mamma fa anche questo.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-11-05T17:43:42+01:00</published>
    <updated>2012-11-05T17:46:59+01:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14949/10978</id>
    <title type="text">L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; LA CURA OPEN SOURCE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14202&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 23 ottobre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; LA CURA OPEN SOURCE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Parliamo del caso Iaconesi e del suo tumore al cervello reso pubblico in rete... 
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14957&amp;amp;stream=" width="400" height="321" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Salvatore Iaconesi, artista e ingegnere robotico, è oggi al centro di un dibattito ancora poco chiaro per aver messo in rete i dati relativi alla propria condizione di malato. Per chi non avesse familiarità con il caso, riassumo brevemente. 
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Pochi mesi fa gli è stato diagnosticato un tumore al cervello in stadio avanzato, con scarse possibilità di cura. Dopo aver legittimamente ritirato l'interezza delle sue cartelle cliniche e degli esami diagnostici correlati, ha deciso di "craccare", cioè togliere i codici di protezione che i suoi dati avevano, per poterli postare liberamente in rete. Ha poi creato un sito &lt;a href="http://www.artisopensource.net/cure/" target="_blank"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28); "&gt;www.artisopensource.net/cure&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; a cui chiunque può accedere e lasciare consigli, suggerimenti, ipotesi di trattamento. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Come era prevedibile il sito si sta riempiendo di proposte senza controllo, dalle diete miracolose, alla meditazione, integratori, ecc. Ma non è questo il punto su cui si sta focalizzando la mia attenzione.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Il Prof. Veronesi ha commentato, e io sono totalmente d'accordo, che Salvatore Iaconesi ha fatto un regalo a tutti noi, sdoganando il termine "tumore maligno" , chiamando la malattia con il suo nome e rendendolo parte non solo della sua esperienza di vita che di quella di chiunque acceda al sito.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Il secondo motivo è più complicato da giudicare, o almeno da sola non ci riesco e chiedo come al solito l'aiuto di chi legge. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
L'idea centrale di Iaconesi è che anche la cura di una malattia debba seguire le vie dell'open source, cioè dell'accesso diretto da parte di tutti. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Il concetto in sé non è certo sbagliato, mettere in rete liberamente i dati, se la persona è d'accordo, permette a tutti i medici di confrontarsi con malattie che spesso sono rare e quindi di incrementare la conoscenza. Magari anche di perfezionare il trattamento confrontando l'approccio terapeutico. Tuttavia mi chiedo dove si collochi a questo punto la dimensione diretta della relazione medico paziente, che ha i limiti della personalità e della competenza di ciascuno di noi  - medico e paziente allo stesso modo - , che è però stata riconosciuta fino ad ora come parte integrante della cura. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Ed ancora, l'affollarsi di proposte estremamente eterogenee è un aiuto all'open medicine o crea caos?
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Mi piacerebbe raccogliere le opinioni di chi legge, come ho detto è un "esperimento" nuovo, di cui siamo tutti debitori a quest'uomo coraggioso. Ma, come tutte le sperimentazioni, richiede accanto una riflessione pacata sulle motivazioni e sulle conseguenze.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Per semplificare l'approccio inserisco alcune domande, ma sarebbero molto graditi commenti più articolati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;
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&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-10-23T16:23:26+02:00</published>
    <updated>2012-10-24T16:48:08+02:00</updated>
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    <title type="text">SANITA'...PROMOSSE, BOCCIATE E RIMANDATE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14203&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 28 agosto 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;SANITA'...PROMOSSE, BOCCIATE E RIMANDATE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Parliamo del decreto Sanità e delle varie proposte su cui il governo sta lavorando.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14956&amp;amp;stream=" width="400" height="400" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Sui quotidiani di alcuni giorni fa si poteva leggere: "La rivoluzione nella Sanità. Norme destinate a cambiare il Sistema Sanitario intervenendo su alcuni argomenti essenziali". Col passare del tempo comparivano però i primi dubbi nel Governo  riguardo alla spesa e il 31 agosto, giorno del Consiglio dei Ministri nel quale si sarebbe dovuto approvare il Decreto, è saltato tutto. Pausa di riflessione e tutti rimandati a settembre.&lt;br /&gt;
 Superato lo sconcerto per un certo modo di dare le notizie, superficiale ed approssimativo, come sempre avviene quando si parla di Sanità (rivoluzione, riforma, decreto, provvedimento, pacchetto di misure non credo abbiano lo stesso significato nella lingua italiana), provo a fare alcune considerazioni:  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;br /&gt;
 La prima è di carattere generale: è ora di smettere di affermare, una volta per tutte, che abbiamo la migliore Sanità del mondo (anche questa volta il Ministro c'è cascato!). Lo era, forse, nelle intenzioni di 40 anni fa, quando il Servizio Sanitario Nazionale nacque con il nobile intento di rendere uguali i cittadini di fronte alla malattia, prevedendo cure adeguate per tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche del singolo paziente. Per molti motivi così non è stato ed oggi un'assistenza valida è presente in molte zone del Nord Italia ma è totalmente assente nel Centro-Sud. La prima vera Riforma sarebbe pertanto quella di porre fine a questa situazione penosa e inaccettabile. Nel Decreto di questi giorni pare non vi sia nulla a riguardo.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Scendendo nei particolari molto scalpore ha suscitato un articolo che doveva comportare una tassazione ai produttori di bibite con le bollicine e di superalcolici e la delocalizzazione dei video-giochi. Queste misure andavano a toccare il portafoglio di alcune potenti Corporazioni sicuramente presenti nel Governo, nella Maggioranza e nell'Opposizione e infatti l'articolo è sparito. Poco male, non si ottengono coretti stili di vita tassando i prodotti voluttuari ma informando ed educando. Ci vuole tempo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Una cosa buona mi sembra il provvedimento che tenta di regolarizzare l'attività intramoenia, cioè l'attività libero-professionale dei medici che lavorano nel settore pubblico. Il termine "intra-moenia" significa all' interno delle Mura, nello specifico all'interno delle mura dell'Ospedale. Nonostante da molti anni, da quando esiste questa legge, si sia cercato di imporre alle Aziende Ospedaliere di dotarsi di spazi ed attrezzature che consentissero tale attività, la maggior parte di esse non si è adeguata e l'attività intramoenia, siamo in Italia, si può svolgere anche al di fuori dell'Ospedale! Appare pertanto ragionevole e soprattutto realistica l'impostazione data oggi al problema che dice che non è tanto importante stabilire dove l'attività privata si svolge ma è importante che sia tracciabile. I medici saranno quindi costretti ad un tele - lavoro che consenta di stabilire quanti pazienti curano in Libera Professione e soprattutto quanto guadagnano.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Un'altra cosa positiva appare la creazione di Maxi-Ambulatori, ad orario continuato, aperti giorno e notte compresi il sabato e la domenica. In queste strutture i cittadini potranno trovare i medici di famiglia ma anche un certo numero di specialisti fra i quali, sempre presente, un pediatra e potranno quindi godere di un'offerta sanitaria continua, diversificata e di qualità. Inconveniente non da poco sarebbe rappresentato dal fatto che il cittadino che si reca nel Maxi-Ambulatorio per una visita potrebbe incontrare non il "suo" medico di base, assente a quell'ora o in quel giorno perché non di turno, e dovrebbe quindi affidarsi ad un altro medico, forse anche più bravo, ma sconosciuto. Il vantaggio innegabile è che queste Strutture, dotate di attrezzature e mezzi adatti alla diagnostica e, nei casi più semplici, alla terapia, sarebbero di grande giovamento per gli Ospedali ed i Pronto Soccorso, sempre sovraccarichi di malati che, dopo le opportune rassicurazioni, potrebbero tranquillamente curarsi a casa loro.  E' evidente che ambulatori di queste dimensioni (si parla di 25-30 medici) dovendo venire incontro alle necessità di un elevato numero di persone, è  auspicabile che trovino un'adeguata sistemazione sul territorio. Spetterà alle Regioni stipulare accordi con le Rappresentanze dei medici e definire nel dettaglio il loro lavoro e poiché è nei dettagli che si annida il diavolo, dobbiamo chiederci quali sono le modifiche al Decreto chieste dalle Regioni che fanno infuriare i medici ed i pediatri. Per ora non si sa nulla di preciso. Dovremo stare molto attenti perché si scrive Regione, ma si legge Politica, una politica con la "p" minuscola che non ha mai nascosto i suoi appetiti nei confronti della Sanità, fonte di voti e quindi di consenso e potere.  &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 E infine, nonostante la dichiarata volontà del Governo di allontanare la Politica dalla Sanità, le norme per l'elezione del Direttore Generale e  dei Primari rimangono, a quanto è dato sapere, sotto lo stretto controllo della politica. Infatti  al Direttore Generale eletto dal Presidente della Regione una Commissione di medici propone semplicemente un elenco di  idonei fra i quali può scegliere, ovviamente, si dice, rispettando la trasparenza. Non si vede la differenza col deprecabile stato di cose attuale. Invece la vera riforma sarebbe quella in cui la Commissione Medica presentasse il vincitore e poi il secondo e il terzo classificato e così via al Direttore Generale che dovrebbe essere costretto a scegliere nell'ordine motivando alla Commissione stessa, in casi eccezionali, una scelta diversa. Purtroppo questo Decreto manca di decisione e di coraggio proprio in quello che dovrebbe essere l'aspetto più caratterizzante: l'elezione dei Vertici Aziendali. Ed è un vero peccato, perché una decisione del genere la potrebbe prendere solo un tecnico e quindi... ora o mai più!
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-10-23T18:17:06+02:00</published>
    <updated>2012-10-24T16:39:49+02:00</updated>
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    <title type="text">IL PREZZO DELLA SALUTE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14200&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 19 ottobre 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;IL PREZZO DELLA SALUTE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
L'obesità? Il governo propone di combatterla tassando il cibo spazzatura... 
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14948&amp;amp;stream=" width="400" height="290" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 In questi anni ho accumulato, nell'ordine, parecchi chili di troppo ed un armadio pieno di abiti che non mi entrano più. Ho smesso di investire in abbigliamento e mi sono dedicata alle borse, lì non conta la taglia che hai. Ho ridotto al minimo il cibo. Insomma ho fatto quello che potevo per tornare magra. Non fumo, bevo vino solo quando esco a cena con gli amici, sono quasi vegetariana e non uso grassi strani per cucinare. Per chi mi ha conosciuto da poco sembrerà strano, ma prima andavo in palestra 4 volte la settimana ed ero in piena forma.&lt;br /&gt;
 Poi mi è venuta una vestibulopatia di origine ignota, per dirla in termini comprensibili, tendo a sbandare se cammino troppo, se salgo su un tapis roulant mi viene la nausea, non posso usare la bicicletta e devo stare molto attenta a fare le scale in discesa. E non posso portare le scarpe con un tacco decente perché sto male. Insomma non sono grassa perché sono pigra, bevo Coca Cola a gogò e mangio cibi non sani. E non credo di essere l'unica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Per questo l'annuncio delle misure studiate per il bene della nostra salute, ovvero aumentare il prezzo di ciò che fa male, prima mi ha fatto sorridere, poi mi ha generato una cascata di riflessioni irriverenti. Ad esempio, avrò diritto a qualche rimborso tasse se dimostro che sono permanentemente a dieta? Oppure, mi ridurranno lo stipendio perché non perdo peso velocemente, come accade negli USA? Ed oltre alle commesse che mi guardano con aria di sufficienza (tranne quelle dei negozi di borse, naturalmente), mi toccherà girare con un adesivo che spieghi che non è colpa mia se sono così? E dopo le bibite incriminate che cosa pagheremo di più: i gelati, la pizza, le torte? &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
E' vero, negli Stati Uniti una politica aggressiva di lotta al fumo di sigaretta ha reso disdicevole, persino pericoloso - ho visto una signora urlare insulti ad un passante che fumava per le strade di New York ed in California non si può fumare neppure nel proprio giardino - il vizio del fumo. E, sempre a New York, la quota di grassi e di sale che possono essere presenti nel cibo dei ristoranti è regolamentata per legge. Ma ciò che sta cambiando le abitudini dei ragazzi americani è aver visto Michelle Obama zappettare nell'orto della Casa Bianca.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Insomma vorrei capire che cosa sta cercando di comunicarci il nostro governo, che se ci ammaliamo è colpa nostra e delle nostre cattive abitudini? Che basta spostare più in là i luoghi di vizio ed il problema è risolto? Che basta qualche tassa e qualche regola in più per renderci "più sani più belli"? 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Sono confusa. Sto facendo la revisione del mio armadio per capire che cosa mi manca per il prossimo inverno (nulla, ovviamente, ma è un rito che mi rassicura), guardo con affetto un paio di pantaloni che non metterò mai più, dovrei dimezzarmi e non vedo come possa accadere, mi accingo alla solita cena simil dietetica. Ma ammetto che il decreto sulla salute che non si farà più ha ottenuto su di me un effetto straordinario, da oggi, se avrò voglia di bere un'acqua tonica, che è il massimo del mio sballo quotidiano, lo farò senza sensi di colpa e senza pensare alle calorie.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-10-23T15:43:04+02:00</published>
    <updated>2012-10-23T16:57:30+02:00</updated>
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    <title type="text">VIRUS REALI E VIRUS MEDIATICI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14086&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 27 luglio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;VIRUS REALI E VIRUS MEDIATICI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
L'influenza A(H1N1), un caso mediatico tra quelli ormai storici dell'ultimo ventennio.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14826&amp;amp;stream=" width="400" height="300" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Aviaria, SARS, "mucca pazza", la cosiddetta "terapia Di Bella." Ormai da anni ci troviamo di fronte a virus biologici e virus immateriali, fatti di paura, di idee, emozioni e parole. Sono virus che si propagano molto più velocemente del virus vero, colpiscono più persone di ogni razza e cultura. Si memorizzano meglio attraverso le sigle (SARS) come se fossero titoli di trasmissioni televisive (Lost, 24, X-files) più che agenti patogeni di malattie. Non ne conosciamo i sintomi, ma nella "agenda" del lettore alla voce salute, queste infezioni sembrano essere legate a terre lontane da dove possono propagarsi in tempi molto brevi. Oggi i virus immateriali sono già tra noi, prima ancora del contagio: questo è il rischio della comunicazione.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Ogni caso ha dominato i media come primo attore, con una presenza costante, un flusso continuo di notizie, notizie fotocopia, allarmi, spiegazioni, proibizioni e sdoganamenti, distinguo e precisazioni, interpretazioni fideistiche, letture sociali, economiche, e politiche - di politica interna ed estera. La confusione lessicale, il ritmo ansiogeno delle informazioni spesso legate a due elementi importanti quali il tempo e lo spazio sembrano far mutare la percezione del rischio d'ogni cittadino rendendolo più sensibile a frasi come "entro la settimana il virus in Italia", "si corre contro il tempo". Il count down è stato innescato perché la pandemia mediatica possa iniziare e allora anche lo spazio si restringe nell'attesa dell'invasione del virus killer.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Questi casi  in comune  presentano un giornalismo, acritico e urlato, allarmistico e sensazionalistico; e i tentativi di arginare e inquadrare il flusso d'informazioni, ristabilendo la verità sostanziale, hanno prodotto nuova eco ed enfatizzazioni. D'altra smentita o conferme non sono arrivate dalla comunità scientifica. Questo determina che solo il virus immateriale può propagarsi, mentre quello biologico rimane fin troppo silente perché possa ristabilire una reazione d'equilibrio. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Il caso più espressivo rimane quello della terapia Di Bella, forse perché il primo, forse perché un caso tutto italiano - da provincia italiana - che ha obbligato la massima autorità sanitaria italiana ad un'azione, probabilmente politica in assenza di requisiti tecnici minimi. Decisione che sollevò stupore e perplessità nel consesso scientifico internazionale per i provvedimenti assunti rispetto a una casistica disordinata e a un'ipotesi di lavoro priva di fondamento logico.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Di fronte a questi casi ci sono state alcune iniziative "scientifiche" per arginare le possibile conseguenze di informazioni incerte, ansiogene e troppo mediatiche 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Ricordiamo così la Carta di Perugia del 1995, il Protocollo d'intesa sul piano deontologico dell'anno successivo, il Manifesto per l'informazione del 1998. E le iniziative più recenti: la Carta di Torino (2001), il documento Farmaci sul giornale: istruzioni per l'uso nel 2004, la Carta del Farmaco della SISF del 2006 e la recente bozza della Carta Etica per l'Informazione Bio-medica, presentata in occasione del convegno Media e Salute tenutosi a Milano nei giorni scorsi. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Tutte queste iniziative pongono l'accento in modo assolutamente corretto e condivisibile su aspetti etici e deontologici della comunicazione, per citarne alcuni: il rigore dell'informazione, la necessità di evitare allarmismi ingiustificati, sensazionalismi e toni miracolistici, l'attendibilità e la tempestività dell'informazione, l'interesse generale, il rispetto dei diritti del cittadino-paziente, l'informazione corretta e completa. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Siamo di fronte a tentativi ambiziosi - a volte indirizzati ai professionisti dei media e ai ricercatori, altre volte come strumenti rivolti al pubblico per la lettura delle notizie - di portare nella divulgazione la specificità dei valori della salute, a integrazione delle norme generali della regolamentazione dei giornalisti italiani, così come previste dall'Ordine Nazionale dei Giornalisti. 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Un'intesa che consenta di superare il profondo divario fra due poteri forti, ricerca e giornalismo, per giungere ad un "patto" firmato nell'interesse della figura debole, il "paziente".
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Al momento queste iniziative sembrano presentare il limite di essere enunciati di valore etico e deontologico (il cosa o la coscienza), ma di non affrontare l'aspetto pratico della comunicazione (il come o la scienza). Non forniscono, infatti, delle raccomandazioni pratiche sugli elementi minimi che devono essere presenti perché un articolo rispecchi i valori etici condivisi e sia in linea con gli enunciati teorici. E quindi utile per il paziente e non fuorviante. Indicazioni in questo senso sono presenti in documenti internazionali rivolti ai giornalisti quali le ''Guidelines on science and health communication'' (SIRC, UK, 2001), in ''Media+Doctor ''(Canada, 2006) e in altri documenti rivolti ai ricercatori o al pubblico quali le ''Checklist for science and health professionals'' SIRC, UK 2001, ''The Interview: rules of the road ''USA 2003, il documento per il lettore del National Network of Libraries in Medicines, USA 2006. &lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Di grande interesse è l'ultima iniziativa dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia e del Gruppo 2003 che segnala l'importanza della condivisione di alcuni tra i punti fondamentali di una comunicazione corretta ( responsabilità, trasparenza, completezza, competenza, linguaggio). Ci sembra giusto suggerire di elaborare oltre alla Carta Etica, anche un documento di lavoro, che consenta di tradurre nel lavoro quotidiano di scrittura, gli aspetti deontologici ed etici condivisi, avvalendosi anche della collaborazione di quanti, attraverso la didattica accademica, hanno affrontato questi aspetti della comunicazione sulla salute. Per poter così costruire fra i comunicatori la "conoscenza" necessaria per una piena comprensione dell'informazione medico scientifica, presupposto indispensabile a una mediazione efficace.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-07-30T09:30:21+02:00</published>
    <updated>2012-07-30T09:40:41+02:00</updated>
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    <title type="text">RESPIRANDO (BREATHING) SI PIAZZA TERZO</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14066&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 20 luglio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;RESPIRANDO (BREATHING) SI PIAZZA TERZO&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Ancora soddisfazioni per il concorso fotografico internazionale "RESPIRANDO (BREATHING)".
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14798&amp;amp;stream=" width="345" height="499" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Come ricorderete, al concorso realizzato nel 2011 dalla Fondazione Zoé hanno partecipato ben 697 fotografi provenienti da 38 Paesi del mondo con un totale di 2474 scatti. Grazie a queste cifre, il concorso si è piazzato al terzo gradino del podio tra i concorsi nazionali con la più alta partecipazione. &lt;br /&gt;
 "Splash", la foto vincitrice scattata da Giuseppe D'Angelo, è stata inoltre inserita dalla Fiaf, Federazione italiana Associazioni Fotografiche, tra le prime 5 foto dell'anno 2011.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;br /&gt;
 In attesa del bando per la prossima edizione del concorso che si terrà nella primavera del 2013 vi rimandiamo alla nostra &lt;a href="http://www.flickr.com/photos/fondazionezoe/sets/72157626513127579/" target="_blank"&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28); "&gt;&lt;strong&gt;fotogallery&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt; dove potrete gustarvi ancora una volta le foto finaliste dell'edizione 2011.  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-07-20T16:09:23+02:00</published>
    <updated>2012-07-20T18:11:18+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14795/10978</id>
    <title type="text">SALUTE: NOTIZIE SCOTTANTI </title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14064&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 19 luglio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;SALUTE: NOTIZIE SCOTTANTI &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Minosse, gas-serra, Neruda e Munch. Del caldo e di molto altro...
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14796&amp;amp;stream=" width="300" height="405" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'Anticiclone delle Azzorre, che ci garantiva un'estate calda ma temperata dal vento proveniente dall'Oceano, non esiste più. Le ondate di calore che si susseguono arrivano dall'Africa accompagnate da nomi come Caronte, Lucifero o Minosse che non contribuiscono al nostro buonumore. Qualora arrivasse un vento caldo dai Carpazi lo chiameremo Dracula, tanto per tenerci allegri.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Ma le notizie più allarmanti ce le forniscono scienziati e climatologi di ogni latitudine. Su un dato il consenso è quasi unanime: il clima è destabilizzato dalla produzione di "gas-serra" conseguenza delle emissioni, in continua crescita, prodotte da petrolio, carbone e metano.&lt;br /&gt;
 La Cina, gli USA, l'UE e l'India sono, nell'ordine, i maggiori responsabili. Mentre assistiamo indifferenti, e purtroppo anche impotenti, alla sistematica desertificazione del pianeta e all'inquinamento dell'aria e degli oceani (principali fonti di ossigeno e quindi indispensabili alla nostra esistenza) apprendiamo che, per la crescita della popolazione umana, il consumo di energia entro il 2030 sarà raddoppiato. Se dovesse rimanere invariata la nostra dipendenza attuale dalle energie fossili, i livelli di emisisione di anidride carbonica nell'atmosfera potrebbero aumentare del 50%, con un conseguente inquinamento dell'aria ben oltre ogni soglia di sopportabilità per la salute umana.&lt;br /&gt;
 La gravità di queste notizie sembrerebbe mitigata da un gruppo di scienziati che però pare lavorino al soldo delle Compagnie Petrolifere.&lt;br /&gt;
 In una bella poesia intitolata "L'inno alla vita" Pablo Neruda conclude dicendo "essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare".&lt;br /&gt;
 Voglio sperare che il semplice fatto di respirare non diventi più faticoso dell'essere vivi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 In questi giorni è stato venduto ad un magnate americano per 120 milioni di dollari il celebre quadro intitolato "L'urlo" o "Grido" di Edward Munch. Ci colpisce quella testa stretta fra le mani, della persona che urla la sua angoscia e che altro non è che l'autoritratto del pittore che ha meglio rappresentato il disaggio esistenziale ma ci colpisce anche il paesaggio circostante, reso con accostamenti cromatici violenti e improbabili, ampie pennellate rosse e gialle come lingue di fuoco che solcano il cielo a significare l'impotenza dell'uomo di fronte alla supremazia della natura, quella natura che violentata si vendica. Credo che il quadro sia stato dipinto fra il 1893 e il 1900, ne esistono 4 versioni e non so quale sia quella di cui stiamo parlando, ma non si può negare che la straordinaria sensibilità del pittore lo renda estremamente attuale.     
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-07-20T15:52:26+02:00</published>
    <updated>2012-07-20T15:59:57+02:00</updated>
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    <title type="text">ANSIA DA CRISI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14042&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 13 luglio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;ANSIA DA CRISI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Secondo voi che effetti avrà lo stress continuo da spread e da crisi politica?
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14769&amp;amp;stream=" width="400" height="361" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 I dati dell'osservatorio &lt;a href="http://www.gpf.it/ita_home.htm" target="_blank"&gt;GPF&lt;/a&gt;, società che studia i trend psicosociali e gli scenari socioculturali, dicono che sta registrandosi una reazione a mio avviso preoccupante.&lt;br /&gt;
 Mentre infatti fino a un anno e mezzo fa lo scenario presentava un certo equilibrio tra elementi di ansia e di perdurante consumismo e forze aperte al cambiamento, responsabili e costruttive, l'ultima recentissima rilevazione evidenzia un ripiegamento consistente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 L'impegno e l'apertura diminuiscono sensibilmente a favore di una crescita di ansia e di bisogno di sicurezza e, parallelamente, con ripresa di ricerca di evasione consumistica e modaiola. Come a dire che il perdurare dello stato di crisi e l'assenza di una prospettiva sul futuro sta consegnandoci ad una ansia sempre più diffusa con ricerca di compensazioni nei mass media, nelle mode, nel consumo, insomma nell'excitement magari a basso costo. Il successo dei saldi e delle promozioni, vissute come piccolo "evento" che attiva l'eccitazione oltre che come occasione di risparmio, ne è un esempio.&lt;br /&gt;
 La ricerca di piccoli viaggi e vacanze, in risparmio ma senza rinuncia al momento di fuga da una quotidianità preoccupata. E per quanto riguarda la salute ecco che con l'estate la ricerca di prodotti per essere più "belli" e seducenti riprende con immutato vigore: in fondo, il gioco erotico rimane la via privilegiata all'evasione dalla realtà…&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Con buona pace della necessità di impegnarci, noi cittadini, per cambiare le cose: manca la partecipazione, che scambiamo volentieri con l'attesa di qualcuno che ci risolva i problemi…ma quel qualcuno oggi non possiamo che essere noi!
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-07-13T17:59:22+02:00</published>
    <updated>2012-07-13T18:15:39+02:00</updated>
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    <title type="text">FARE O AGIRE?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14020&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 27 giugno 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;FARE O AGIRE?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Cambiare, di per sé, non dice nulla, se non si stabilisce la natura del cambiamento.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14745&amp;amp;stream=" width="300" height="188" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Quel che abbiamo finora osservato come piccola fenomenologia della vita quotidiana deve dunque ammaestrarci intorno a questa verità elementare o anche di buon senso: la natura del cambiamento è poi la sua origine e il suo fine. Da qui infatti il cambiamento trae qualità. Subito ne viene che equiparare il cambiamento al bene e la stabilità del permanere al male, come spesso si è indotti a credere, è una convinzione completamente sbagliata. Cambiamento e stabilità sono infatti due forme necessarie della vita umana; entrambe possono essere buone o cattive a seconda del loro contesto.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
Con ciò ho anche suggerito implicitamente che cambiare può essere inteso almeno in due maniere diverse: c'è un cambiare come semplice "mutare" delle cose di natura (il cambio delle stagioni, ad es.) e c'è un cambiare come diventare altro delle persone (il cambiar vita, per es.). Questa seconda accezione di cambiare è poi quella che finora abbiamo soprattutto avuto in vista, perché è quella per noi di maggiore interesse. Lo è anche solo per questo: nel cambio delle cose di natura noi siamo per lo più passivi, nel cambio delle cose che ci riguardano come persone siamo, invece, per lo più attivi. O comunque possiamo esserlo.&lt;br /&gt;
 Certo, possiamo anche cambiare le cose di natura (la tecnoscienza lo fa alla grande). Ma tutto questo è un semplice fare.&lt;br /&gt;
 Quando cambiamo noi stessi, invece, noi abitiamo il regno dell'agire.&lt;br /&gt;
 Vecchia distinzione, d'accordo, ma importante e sempre da tenere a mente per capire i nostri cambiamenti.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Ebbene, si intuisce facilmente che i cambiamenti del fare dovrebbero essere al servizio dei cambiamenti dell'agire in una visione saggia delle cose. Il mondo della natura è, infatti, un mondo per l'uomo. L'opposto, che pure qualcuno vorrebbe difendere, conduce inevitabilmente alla manipolazione più o meno brutale degli umani: li fa momenti della logica degli eventi naturali, che tali restano, anche se modificati dalla nostra iniziativa. L'uomo ha sempre ragion di fine, la macchina no. E una macchina non può diventare un essere umano. 001 Odissea nella spazio, dove un computer enorme e sofisticato diventa alla fine un soggetto libero di decidere, è solo un film di fantascienza: fa vedere possibile una cosa impossibile, ossia che un essere umano produca (non generi, che è altra cosa e che accade tutti i giorni) un nuovo soggetto.&lt;br /&gt;
  
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
Se cambiare l'uomo per cambiare le cose è sempre sbagliato, cambiare le cose per cambiare l'uomo può esser una cosa giusta: naturalmente, se il cambiamento dell'uomo va nel verso giusto. Veniamo così a dir qualcosa del verso giusto del cambiamento.
&lt;/div&gt;

&lt;div&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-07-02T09:40:54+02:00</published>
    <updated>2012-07-02T09:42:41+02:00</updated>
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    <title type="text">SOCIAL NETWORK PER CURARE LA DEPRESSIONE?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14014&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 21 giugno 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;SOCIAL NETWORK PER CURARE LA DEPRESSIONE?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
La terapia virtuale sembra dare risultati migliori di quella tradizionale. Che ne pensate?
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Un'amica mi manda una testimonianza molto bella scritta da una persona di cui non conoscerò mai le generalità.&lt;br /&gt;
E' una ragazza che lei ha conosciuto su &lt;span style="color: rgb(183,179,28)"&gt;"&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color: rgb(183,179,28)"&gt;&lt;a target="_blank" href="http://secondlife.com/"&gt;&lt;span style="color: rgb(183,179,28)"&gt;Second Life&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;"&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;, affetta verosimilmente da quella che si potrebbe definire una fobia sociale. Non esce da tempo da casa, non ha amici se non sul web, riesce ad avere rapporti con l'esterno solo attraverso il suo avatar.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;img alt="" width="300" height="303" src="/ProxyVFS.axd?snode=14739&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Leggo con attenzione, anche perché mi è appena capitato sottomano un articolo che raccoglie i dati sull'uso appunto di "Second Life" per il trattamento delle psicosi maniaco depressive. A quanto pare i risultati di una terapia basata sul gioco di ruolo sono simili, se non migliori, di quelli ottenuti attraverso la terapia standard, cioè farmaci associati a psicoterapia. &lt;br /&gt;
Dal racconto inviatomi dalla mia amica potrei dire che i colleghi inglesi che stanno studiando questo approccio mediato hanno ragione. La ragazza, infatti, racconta di come la vita virtuale in "Second Life" le abbia dato pian piano il coraggio e la forza per uscire di casa e ritornare ad un minimo di vita di relazione.&lt;br /&gt;
Tuttavia non so che dire. Un po' la cosa mi affascina. Un po' mi rende inquieta e dubbiosa: se la terapia viene fatta in una vita virtuale, non è forse più probabile che la fobia aumenti perchè nel tempo ci si abitua a parlare sempre meno con gli altri e a nascondere ancora di più le proprie emozioni?
&lt;/div&gt;

&lt;p class="MsoNormal" style="text-align: justify"&gt;E' un argomento che mi attrae e un po' mi rende inquieta. Per questo vorrei capire che cosa ne pensate, magari partendo dalla vostra esperienza d'uso dei più diffusi social network, ormai praticamente tutti siamo almeno su Facebook.&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;
&lt;iframe height="943" marginheight="0" src="https://docs.google.com/spreadsheet/embeddedform?formkey=dGhRdUhZWXlfTUExbTBsUlhGRTNPc0E6MQ" frameborder="0" width="760" marginwidth="0" style="width: 375px; height: 320px"&gt;Loading...&lt;/iframe&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-06-21T15:42:05+02:00</published>
    <updated>2012-06-21T17:03:23+02:00</updated>
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    <title type="text">IL RESPIRO, LA VOCE, LA COMUNICAZIONE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14012&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 20 giugno 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;IL RESPIRO, LA VOCE, LA COMUNICAZIONE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Quant'è importante il respiro! Per chi usa la voce per lavoro, per chi comunica...
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14737&amp;amp;stream=" width="400" height="300" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Ascolto un giovane attore italiano che recita una parte in uno sceneggiato televisivo e sono sfavorevolmente colpito dalla sua pochezza interpretativa. Costui, scaraventato sul set per meriti che nulla hanno a che fare con una buona preparazione artistica, annuncia con lo stesso tono inespressivo di voce che l'accampamento sta andando a fuoco oppure che una nuvola sta solcando il celo. Il tutto condito con un vago accento romanesco, che sarebbe sopportabile qualora l'attore rappresentasse Spartaco, ma che diventa intollerabile dal momento che la figura rappresentata dovrebbe essere un Vichingo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Mi chiedo perché gli attori stranieri mi sembrino al confronto più bravi e preparati e forse non è solo una sensazione. Ma c'è un altro fattore importantissimo da considerare: gli attori stranieri sono doppiati e i nostri doppiatori che, per unanime giudizio, sono i migliori del mondo, sanno come valorizzare la voce che prestano. Hanno sicuramente studiato frequentando scuole di recitazione e di dizione dove si insegna, fra le altre cose, come respirare in modo più consapevole al fine di incrementare il volume della voce e il suo controllo.&lt;br /&gt;
 E' un respiro apparentemente addominale frutto di un rilassamento completo del diaframma, che consente di incamerare aria sufficiente da sfruttare adeguatamente durante la espirazione per far vibrare a piacimento le corde vocali. Si sfruttano in tal modo tutte le potenzialità della voce che diventa capace di trasmettere ansia o paura, gioia o serenità. Quando sento i politici, di diversa provenienza, azzuffarsi a parole, il volume della voce sempre alto e prevaricatore, il tono acuto che fatica ad uscire dalla gola, frasi a mitraglia seguite da pause inaspettate, il corpo in un continuo sussulto con le mani che gesticolano in una danza frenetica, mi chiedo dove sia andato a finire l'uso sapiente del respiro in grado di produrre le infinite variazioni e vibrazioni che danno calore e colore alla voce.&lt;br /&gt;
 Ad un uso così alterato ed aggressivo della voce fa riscontro, da parte dei  tecnici che hanno sostituito i politici, un uso della parola che se risulta chiara è anche fredda ed inespressiva, incapace di produrre emozioni e quindi di comunicare. Non sanno che è il respiro che dà l'energia che scalda il significato delle parole. Ma lo sanno gli attori e i cantanti veri e dovrebbero saperlo anche tutti coloro che a vario titolo (manager, capitani di industria, politici) sono spesso chiamati a parlare in pubblico per far valere le proprie idee e i propri progetti.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Disponiamo di uno strumento importantissimo, la voce, paragonabile ad un strumento a fiato al quale è possibile dare tono, timbro e volume. Spetta a noi modulare le parole in modo tale che assumano un ritmo logico e la giusta intonazione affinché il messaggio risulti comprensivo ed efficace. 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-06-21T14:40:03+02:00</published>
    <updated>2012-06-21T14:55:05+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14732/10978</id>
    <title type="text">SALUTE IN CRISI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=14008&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 15 giugno 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;SALUTE IN CRISI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Al peggio non c'è mai fine: pessimismo da ansia o tragica realtà?
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
&lt;img src="/ProxyVFS.axd?snode=14733&amp;amp;stream=" width="300" height="219" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il giorno 5 giugno il Censis ha presentato in occasione del &lt;a href="http://www.censis.it/5?resource_23=116746&amp;amp;relational_resource_24=116746&amp;amp;relational_resource_26=116746&amp;amp;relational_resource_396=116746&amp;amp;relational_resource_78=116746&amp;amp;relational_resource_296=116746&amp;amp;relational_resource_342=116746&amp;amp;relational_resource_343=116746&amp;amp;relational_resource_405=116746" target="_blank"&gt;&lt;span style="color: rgb(183, 179, 28); "&gt;&lt;strong&gt;"Welfare Day"&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;, un rapporto da cui risulta evidente il deterioramento progressivo dell'assistenza sanitaria nazionale. Secondo i dati raccolti nella ricerca oltre 9 milioni di italiani hanno denunciato che non possono accedere ad alcune prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno per mancanza di soldi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Di questi, 2,4 milioni sono anziani, 5 milioni vivono in coppia con figli e 4 milioni risiedono nel Sud del Paese. La situazione è grave, se si considera che secondo i dati raccolti dalla ricerca, c'è una percentuale pari al 31,7% degli italiani che è convinta che ci sia stata un peggioramento della sanità nella sua regione mentre la sensazione che le cose vadano meglio riguarda un numero sempre più esiguo di persone: il numero di coloro che ritengono che ci sia stato un miglioramento nelle prestazioni sanitarie italiane è in calo del 7%.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 Sono dati preoccupanti, anche se la situazione di ansia e di perdita di benessere probabilmente accentua la percezione pessimistica. D'altro canto la crescita dei ticket e la lungaggine burocratica per ottenere esami clinici è oggettivamente un fattore negativo.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify; "&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-06-15T18:08:12+02:00</published>
    <updated>2012-06-15T18:11:51+02:00</updated>
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    <title type="text">LE ILLUSIONI DEL CAMBIAMENTO</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13991&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 13 giugno 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LE ILLUSIONI DEL CAMBIAMENTO&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Segnalo una quarta "illusione ottica", data dal piacere della novità del cambiamento.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;img width="400" height="239" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14711&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La novità provoca piacere, prima di tutto perché si pensa che porti per noi oggetti desiderabili, mai prima avuti.&lt;br /&gt;
Poi provoca piacere, perché si pensa che ciò che è nuovo è, per ciò stesso, integro e in qualche modo perfetto. Diciamo infatti degli oggetti che sono "nuovi", perché non sono deteriorati dall'uso. E si aggiunga che la nostra attenzione per ogni oggetto visto per la prima volta è sempre al massimo, e quindi facilmente in grado di recepirne la ricchezza e gioirne. Per intendere bene la cosa, basti andare con la mente a tante esperienze di viaggio, quando le bellezze naturali o quelle artistiche si parano per la prima volta davanti ai nostri occhi incantati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Infine, almeno una quinta "illusione ottica" (ma la serie potrebbe continuare per un poco), che è in realtà quella più importante: quando qualcosa cambia, ci attendiamo dalla nuova situazione - più o meno inconsciamente - la saturazione del desiderio. Il desiderio di un essere umano è incondizionatamente aperto. Desideriamo infatti ogni cosa. Desideriamo persino l'impossibile. Perciò ogni volta che qualcosa ci viene incontro, speriamo che sia l'incontro giusto per essere colmati nelle nostre attese, tanto che inizialmente il desiderio surdetermina anche l'oggetto più modesto. E' solo nel seguito che registriamo il fatto che il desiderato non è in pari con la nostra apertura. Così ci si arrende all'evidenza e si passa ad altro, pensando di nuovo che possa esser quest'altro a regalarci la volta buona.&lt;br /&gt;
La faccenda è particolarmente evidente nei casi di cambiamento del partner, sempre più frequenti nella vita sociale dei nostri giorni. Ma anche un oggetto e un'occasione particolare (una casa, un vestito, un'auto, il conto in banca, un'apparizione sui giornali o in TV, un incontro inatteso e particolarmente gratificante) possono produrre, sulle prime, un senso di saturazione del desiderio. Diciamo infatti in questi casi che ci sentiamo "felici", cioè totalmente appagati.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Che si tratti di "illusioni ottiche" è evidente, come già si è accennato nelle esemplificazioni. Possiamo un poco continuare a sottolinearlo in contrappunto: cambiare a volte è cambiare in peggio, come quando uno perde la salute; cambiare a volte è molto difficile, come quando uno deve smettere di assumere droga; cambiare a volte è un prodotto della compulsività coattiva, perché si cambia anche andando alla deriva, come quando uno è ossessionato dal fare sesso, come che sia; cambiare a volte non porta una vera novità, perché quel che viene a noi può essere anche la brutta ripetizione dello stesso, appena mascherata. Come quando compriamo un computer spacciato per nuovo, ma che ci dà, alla fin fine, le stesse prestazioni del precedente.&lt;br /&gt;
Cambiare ci procura sempre un certo grado di delusione, tanto da indurci a continuare il gioco e in molti casi ad accelerarlo.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-06-14T15:24:58+02:00</published>
    <updated>2012-06-14T15:29:47+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14651/10978</id>
    <title type="text">LA SALUTE IN PRIMA SERATA</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13933&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 8 giugno 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA SALUTE IN PRIMA SERATA&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Tra i tanti messaggi e modelli trasmessi dalla televisione, qual è il ruolo della salute?&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;img width="389" height="259" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14652&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Nonostante la proliferazione di molte forme di media, la televisione rimane dominante nella vita di molte persone, in particolare la programmazione in prima serata. Nella società attuale i programmi televisivi rappresentano la principale fonte d'informazione per una considerevole parte di popolazione ed è innegabile che il contenuto proposto dalle varie forme di trasmissioni abbia assunto nel corso degli anni un valore sociale di riferimento e una capacità d'imposizione di modelli comportamentali spesso di tendenza tra giovani e adulti.&lt;br /&gt;
Ancor più di altri media, la televisione è  in grado di raggiungere un pubblico tanto vasto quanto estremamente eterogeneo. Una platea sempre più esigente e selettiva si coniuga con un pubblico ancora lontano da un'alfabetizzazione mediatica e che fatica nella comprensione di un testo o nella gestione dei canali televisivi su web.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Un discorso a parte merita l'argomento "salute". Dalle prime pagine dei giornali alle trasmissioni in prima serata, dalla radio al web, la salute è diventato un tema mediatico a tutti gli effetti: è informazione, è approfondimento, è fiction. &lt;br /&gt;
I media rafforzano la salute come un tema sociale tanto che oggi il cittadino rivendica sempre più il diritto a una partecipazione consapevole e non passiva al processo di promozione e cura della propria condizione fisica: è un paziente che esprime una forte domanda di informazione, per essere più competente sui temi che lo riguardano direttamente. La capacità di gestire in modo autonomo la propria salute dipende principalmente dal grado di "alfabetizzazione sanitaria", intesa come facoltà di comprendere, decidere ed esercitare un ruolo attivo di fronte al binomio salute/malattia.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Una particolare fascia di pubblico legata ancora all'informazione tradizionale, si rivolge spesso alla televisione per avere notizie sulla salute, tanto che in un'indagine il 40% degli italiani dichiara di aver spesso (2,9%) e qualche volta (36,4%) tradotto le informazioni ricevute dai media in comportamento concreto (Censis, 2006).&lt;br /&gt;
Da sottolineare l'importanza delle fiction, in quanto si prestano ad una rappresentazione estremamente aderente alla realtà e alle modalità relazionali della società attuale: abitudini, comportamenti, passioni e sentimenti della gente comune. Proprio perché è così rappresentativa del vissuto reale, la fiction attrae un gran numero di spettatori che facilmente s'immedesimano nel personaggio e nelle situazioni rappresentate. L'alto indice di gradimento riservato alla fiction non è un fenomeno solo italiano ma anche europeo se si pensa che lo share medio in Europa è del 40%.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Il tema dell'alimentazione risulta essere fra gli interventi prioritari delle autorità sanitarie e della ricerca scientifica. La prevalenza di sovrappeso e obesità è cresciuta rapidamente negli ultimi anni nei paesi occidentali, aumentando così il rischio di malattie cardiovascolari, cancro, diabete e malattie dell' apparato respiratorio. Tutte le rappresentazioni legate alla nutrizione assumono pertanto un valore unico per l'influenza sulla salute.&lt;br /&gt;
Un secondo problema fondamentale è il messaggio che arriva ogni giorno ai bambini e agli adolescenti solo attraverso la pubblicità, anche occulta. I bambini sono vittime di una cattiva percezione dei messaggi e spesso spingono la famiglia a comprare prodotti visti in tv, perché solo in questo modo potranno assimilarsi ai modelli proposti.  Mentre la mediazione della famiglia e degli educatori è in grado di aiutare i bambini nella comprensione corretta dei messaggi pubblicitari, risulta difficile identificare una modalità che possa utilmente contrastare l'influenza negativa sugli adolescenti esposti alla produzione di stereotipi dove si può assistere a una identificazione collettiva.&lt;br /&gt;
Difficile è infatti poter distinguere per gran parte del pubblico quando la rappresentazione della salute che passa in televisione ha funzione sociale mirata al benessere comune e quando risponde a esigenze di marketing.&lt;br /&gt;
Spesso i media  propongono il consumo di alcol come parte integrante della vita quotidiana, "normalizzando" il concetto del bere e di fatto sostenendone l'abitudine come specchio della società. Importante è  quindi cercare di quantificare la promozione occulta o involontaria del consumo di fumo e alcol nella programmazione televisiva nel tentativo di offrire strumenti utili e di riflessione a chi si occupa di prevenzione.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-06-10T20:02:37+02:00</published>
    <updated>2012-06-10T20:06:50+02:00</updated>
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    <title type="text">L'ACQUA CALDA E LA FELICITÀ</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13928&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 31 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'ACQUA CALDA E LA FELICITÀ&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;p&gt;Riscoprire l'acqua calda non è necessariamente segno di scarso acume.&lt;/p&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;p&gt;&lt;img width="300" height="265" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14645&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;

&lt;p style="text-align: justify"&gt;Negli utlimi mesi/anni per esempio assistiamo alla riscoperta di una "acqua calda" interessante, anche se davvero in questo caso i clamori che circondano questa riscoperta suscitano qualche involontario effetto comico. Alludo al tema della "felicità", che dalla filosofia alla psicologia all'economia al marketing sta percorrendo discussioni e dibattiti e animando una discreta serie di pubblicazioni e tavole rotonde.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Pare, udite, che la felicità sia più importante del benessere materiale (!?) e che per esempio lavorare in condizioni di felicità maggiori migliori la produzione (un po' come le mucche fanno più latte ascoltando Mozart? ). Al PIL come criterio di benessere di un paese dovrebbe subentrare un indice di "social happiness", mentre il marketing già sta cercando di utilizzare la felicità come promessa per continuare a venderci oggetti largamente inutili (ma non è quello che ha sempre fatto?). &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
E, naturalmente, la felicità è anche associata allo stato di salute, in nome di quel continuum psicofisico che dai tempi della psicosomatica regolarmente ritorna a galla in varie forme. Con tutto ciò, mentre abbiamo dalla nascita della "scienza" cercato il modo di influire sullo stato psichico attraverso azioni chimico-fisiche (farmaci o interventi vari) ci si è ancora posti poco (in Occidente) il compito di studiare scientificamente come si può agire sul nostro lato "fisico" attraverso modificazioni dello stato mentale per via psico-relazionale-sociale.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Eppure mio nonno contadino già 60 anni fa mi ripeteva che "la salit l'è ent'la testa di'homm, non ent'la pansa" ovvero "la salute è nella testa, non nella pancia degli uomini".&lt;br /&gt;
 Chissà se il ritorno della felicità ci aiuti a dare dignità scientifica a questa linea di studi!&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-06-04T09:55:06+02:00</published>
    <updated>2012-06-04T09:55:06+02:00</updated>
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    <title type="text">L'USO DELLE PAROLE IN SALUTE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13901&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 24 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'USO DELLE PAROLE IN SALUTE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
È una giornata di primavera e passeggiando costeggio un bar con dei tavoli all'aperto.
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;&lt;img alt="" width="300" height="368" src="/ProxyVFS.axd?snode=14617&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Due signori anziani, uno seduto con una gamba distesa ed un bastone da passeggio in mano, e l'altro in piedi, se ne stanno al sole. Quello in piedi sentenzia: "è il sangue che si condensa dentro, &lt;strong&gt;&lt;em&gt;chi ciapa ciapa&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; ". Con una concisione esemplare il signore in piedi ha descritto un ictus cerebrale e quello seduto, che ascolta con aria rassegnata, è quello che l'ictus lo ha subito. Il quadretto è inequivocabile.&lt;br /&gt;
Da medico ritorno col pensiero a tutti gli aspetti della malattia: al trombo che si forma  all'interno dei vasi, che si può staccare dalle loro pareti diventando un embolo che a sua volta andando in giro nel torrente circolatorio può occludere arterie importanti del nostro organismo. Quando ad essere occlusa è un'arteria che va al cervello si realizza un ictus cerebrale. Ripenso ai fattori predisponenti della malattia: la famigliarità, l'ipertensione, l'obesità, il fumo etc... etc… ma sento che quell'espressione dialettale, &lt;strong&gt;&lt;em&gt;chi ciapa ciapa&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, nella sua fulminante concisione, vuol dire molto di più. Parla di una malattia insidiosa che può colpire chiunque in qualsiasi momento come l'esperienza di tutti i giorni insegna e come la saggezza popolare tramanda.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ricevo una telefonata di una signora che mi dice che suo marito "ha un brutto male che è andato dappertutto. Adesso gli fanno la chemio ma &lt;strong&gt;&lt;em&gt;el tacòn xe peso del buso&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;".&lt;br /&gt;
Dunque, il marito della signora ha un tumore che non è una malattia, il cancro diventa maschile, diventa il male. Un male brutto, brutto perché è poco conosciuto e difficilmente curabile, soprattutto quando è diffuso.&lt;br /&gt;
&lt;em&gt;&lt;strong&gt;El tacòn peso del buso&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; si riferisce all'effetto di un rammendo peggiore del buco stesso. E' un riferimento alla chemioterapia i cui effetti, cioè i disturbi che questa arreca, sono superiori a quelli che produce il tumore. Ancora una volta realizzo come la mia spiegazione sia più lunga e meno efficace e rimango sinceramente ammirato dalla concisione e appropriatezza di quel racconto.&lt;br /&gt;
Poche parole scelte con cura che chiariscono un pensiero.   &lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-05-25T18:06:55+02:00</published>
    <updated>2012-05-25T18:28:03+02:00</updated>
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    <title type="text">CHE VUOL DIRE CAMBIARE?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13903&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 25 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;CHE VUOL DIRE CAMBIARE?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;p&gt;Siamo da alcuni decenni ossessionati dal cambiamento...&lt;/p&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;img width="275" height="183" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14619&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Qualsiasi cosa o qualsiasi situazione acquista interesse, se può esser cambiata in una maniera o nell'altra.&lt;br /&gt;
Pare ovviamente noioso indossare sempre lo stesso vestito o, peggio, dir sempre le stesse cose. Pensate poi al cibo. Come si fa a mangiare sempre la stessa minestra? E si capisce. Ma pare anche cosa da ingenui restare fedeli al proprio partner di vita. Perché non cambiare relazione, sia pur nascostamente, tanto per evitare pettegolezzi?&lt;br /&gt;
E come si fa a non cambiare auto, anche solo perché sembra un po' vecchia? Certo la meccanica è ancora buona, ma l'auto di nuova concezione sicuramente offrirà maggiori vantaggi. Insomma, cambiare si deve.&lt;br /&gt;
Cambiare è lo stesso che vivere. Non cambiare è lo stesso che morire. E nessuno vuole morire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La prima "illusione ottica" del cambiamento è proprio questa: che cambiare sia lo stesso che cambiare in meglio. Quando su un prodotto qualsiasi si scrive a caratteri cubitali "nuovo", si ritiene di aver detto tutto al consumatore. Il prodotto è "migliorato". E in effetti, nel mondo della produzione di beni materiali, questo succede spesso.&lt;br /&gt;
Raramente un nuovo prodotto è peggiore del precedente, anche se non mancano esempi di tal fatta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La seconda "illusione ottica" del cambiamento è d'altro genere: cambiare sembra cosa facile, più o meno come cambiare un vestito o cambiare menu al ristorante. Ma di nuovo compaiono oscuri avvertimenti in controtendenza. Già cambiar casa impensierisce chiunque abbia un po' di pratica della quotidianità. Non parliamo poi del cambiare stile di vita. Smettere di fumare, ad esempio, può diventare una fatica notevole.&lt;br /&gt;
Può diventare un dramma cambiar lavoro. E così via.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
La terza "illusione ottica" del cambiamento è prodotta solitamente dalla sensazione di libertà che questo sembra comportare sulle prime. L'idea che uno possa sempre cambiare nella scelta di qualcosa ci affascina, perché in qualche maniera ci dà un senso di onnipotenza. Solo un essere inchiodato nella costrizione, si pensa, non può cambiare. E d'altra parte, rifuggire dalla costrizione è del tutto naturale per un essere umano.&lt;br /&gt;
A volte diventa persino la cosa da desiderare e da avere per prima.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-05-25T18:23:12+02:00</published>
    <updated>2012-05-25T18:27:01+02:00</updated>
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    <title type="text">Interviste nel passato &lt;/br&gt; A SPASSO CON DARWIN</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13890&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 17 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;Interviste nel passato &lt;/br&gt; A SPASSO CON DARWIN&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;div style="text-align: left"&gt;
Interviste immaginarie con personaggi del passato: quattro chiacchiere con l'evoluzione... 
&lt;/div&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;em&gt;&lt;img alt="" width="400" height="240" src="/ProxyVFS.axd?snode=14606&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Con mia grande sorpresa lungo l'amato Sandwalk, m'imbattei nella sorprendente figura di Charles Robert Darwin, e comodamente seduti su una fredda panchina la nostra insolita chiacchierata ha avuto inizio...&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/em&gt;&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Dottor Darwin, lei è laureato in Teologia e in gioventù assieme a suo fratello Erasmus, ha mostrato di essere sostenitore delle idee conservatrice tipiche dell'800. Com'è arrivato a "L'origine delle specie", una realtà ben diversa da quella mostrata nella Bibbia?&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;E' il risultato di un lungo viaggio, nato in età scolare quando lessi The Natural History and Antiquities of Selborne. Iniziai a collezionare insetti, rocce, minerali e a osservare tutto quello che mi circondava, assieme a mio fratello Erasmus detto Ras. Adoravamo gli esperimenti di chimica: per questo fui soprannominato Gas. Amavo stare all'aria aperta. Iniziai ad andare a caccia e imparai a riconoscere caratteristiche e tracce degli animali. Questo mi preparò al ruolo di naturalista-raccoglitore.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;u&gt;A cosa deve il suo successo?&lt;br /&gt;
&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
La mia teoria era accessibile a tutti nonostante fosse un'opera scientifica.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Come mai non fu proposta prima?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;
I concetti dei filosofi greci e la religione furono grossi freni. Anch'io credevo in tali teorie, ma i fatti mi portarono a ravvedermi. Non fui il primo, ma riuscii a spiegare con chiarezza il processo evolutivo introducendo il concetto di selezione naturale.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Qual è il suo rapporto con la religione?&lt;br /&gt;
&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Più osservavo la natura e più capivo che la Bibbia non aveva basi. L'uomo discendeva da un'unica specie, gli ecosistemi sono in continua evoluzione, e persi la fede. I miei nonni lasciarono un'eredità mista. Per mio nonno Erasmus divina era la Ragione, la Natura il luogo di preghiera e il progresso il suo Profeta. Mio nonno Jos era giunto a una fede unitaria senza Gesù e Trinità. Era al limite dell'ateismo: "un letto di piume per accogliere la caduta di un cristiano", così mio nonno Erasmus definiva la fede di Jos.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Com'è stato il rapporto con la sua famiglia?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
I miei genitori provenivano da famiglie facoltose: non dovevo preoccuparmi di cercare un lavoro. I rapporti con mio padre divennero sempre più rigidi. Con i pazienti era bravo, ma in famiglia era brusco e per mia mamma, Susannah Wedgwood, non fu semplice affiancarlo come segretaria e amanuense. Si sposarono nel 1796 ed ebbero sette figli. Mia madre morì di tumore quando io avevo solo otto anni e questo mi segnò. Le mie sorelle si occuparono della mia istruzione, ma avevano la mano pesante. Ero ribelle, cercavo di attirare sempre l'attenzione. A nove anni fui messo nel collegio già frequentato da Ras: ma gli studi classici non facevano per noi! Mio padre volle che seguissi le sue orme diventando medico, ma trovavo insopportabile assistere agli interventi chirurgici! Mi spedì a Cambridge per diventare pastore. Qui incontrai Stevens Henslow, botanico e geologo, che mi fece conoscere l'aspetto professionale della storia naturale e intraprendere il viaggio sul Beagle.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Ma chi era Charles Darwin?&lt;br /&gt;
&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Un naturalista che non ha mai smesso di ricercare, ma anche un uomo bisognoso di affetto che ha sofferto molto. A vent'anni ero alto, snello, instancabile, con folti capelli rossi. Ogni mattina mi radevo scrupolosamente, lasciando grosse basette rossicce che scendevano fino al mento. Labbra rosse sottoli e occhi castani che osservano tutto. Ci tenevo molto al mio aspetto e mi vestivo sempre all'ultimo. Ero ambizioso. Verso i trent'anni pensai che fosse triste un futuro senza una moglie, così nel 1839 sposai mia cugina Emma Wedgwood, da cui ebbi dieci figli.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Come si potrebbe schematizzare la giornata tipo di Charles Darwin?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Beh, quando non sono impegnato in viaggi e ricerche, diciamo che sono piuttosto abitudinario: la mia indole metodica mi ha aiutato molto nel lavoro. In genere alle 7:45 mi appresto a fare colazione. Dalle 8:00 alle 9:30 lavoro ed è il momento più produttivo della giornata. Poi faccio una pausa di un'ora e sto con mia moglie, Emma mi legge la corrispondenza. Poi fino a mezzogiorno ancora lavoro. Alle 12:00 sia col sole che con la pioggia, freddo e intemperie, passeggio su questo sentiero assieme alla mia cagnetta Polly e prima di rientrare mi fermo nella serra per controllare i miei esperimenti sulle piante. Alle 13:00 pranzo ed è il pasto principale. Fino alle 16:00 mi riposo leggendo i giornali sul divano del soggiorno, sbrigando la corrispondenza nel mio studio, sulla mia grande poltrona accanto al camino; poi vado a letto mentre Emma mi legge le lettere o un romanzo. Alle 16:00 prima di riprendere il lavoro faccio una bella passeggiata. Dalle 16:30 alle 17:30 lavoro ancora un po'. Poi fino alle 19:30 passo ancora del tempo con Emma che mi legge qualcosa e con i miei figli. Cena in famiglia, seguita da un partita a backgammon con Emma e lettura o corrispondenza, mentre mia moglie suona il pianoforte. Per le 22:00 tutti a letto!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Difficoltà incontrate?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;br /&gt;
Oltre al mal di mare? Il periodo in cui eravamo frenato da religione e vecchi idealismi. Mio padre non mi appoggiò mai. A bordo ebbi molte discussioni con il capitano FitzRoy: la pensavamo diversamente su tutto! Inoltre, il pensiero di lasciare la famiglia mi angosciò, ero depresso e soffrii di palpitazioni cardiache.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;strong&gt;&lt;u&gt;Fare il naturalista oggi è più semplice?&lt;br /&gt;
&lt;/u&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;
Le navi ora sono veloci, comode e dotate di sistemi di navigazione precisi, ma si perde il bello della novità!&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Rimpianti?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;
Non saper disegnare! Per questo annotavo tutto scrivendo descrizioni dettagliate.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Nota biografia:&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; &lt;em&gt;Charles Robert Darwin nasce il 12 febbraio del 1809 a Shrewsbury, Inghilterra. Ancora non sa quale futuro lo attende e come le sue scoperte cambieranno il mondo. Figlio di Robert Darwin, medico, e di Susannah Wedgwood, sua segretaria e amanuense. Proveniente da una famiglia facoltosa e di fama riconosciuta, non deve preoccuparsi del proprio sostentamento. Dopo un primo tentativo alla scuola di Medicina (1827), spinto dal padre nella speranza che i suoi due figli maschi seguissero le sue orme, viene spedito a Cambridge al Christ's College (1828) dove si laurea in teologia nel 1831. Dal 27 dicembre 1831 al 2 ottobre 1836, Darwin intraprenderà il lungo viaggio attorno al mondo, a bordo del HMS Beagle. Nel 1839 si sposa con sua cugina Emma Wedgwood, da cui avrà dieci figli. Nel 1859 pubblica L'origine delle specie, uno scritto che rivoluzionerà il mondo. Il 19 aprile del 1882, Charles Robert Darwin muore a Down e viene sepolto nell'Abbazia di Westminster.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
P.Sìs, L'albero della vita-Fabbri Editori(2003)&lt;br /&gt;
A.Desmond, J.Moore, Darwin-Bollati Boringhieri(1992)&lt;br /&gt;
J.Miller, B.Van Loon, Darwin.Per cominciare-Feltrinelli(1995)&lt;br /&gt;
I.Stone, L'origine.Il romanzo di Charles Darwin-Corbaccio(2009)&lt;br /&gt;
N.Eldredge, Alla scoperta dell'albero della vita.Darwin 1809/2009-Codice edizioni(2009)&lt;br /&gt;
&lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-05-20T17:26:18+02:00</published>
    <updated>2012-05-20T18:44:08+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14607/10978</id>
    <title type="text">PROCREAZIONE ETICA COME DONO </title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13892&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 18 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;PROCREAZIONE ETICA COME DONO &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
L'etica della procreazione è un'etica della buona relazione della coppia con il nascituro.&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;img width="300" height="277" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14608&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Insomma, il turbamento delle pratiche naturali della procreazione umana non può che procurare patologie senza fine. E si sa che le patologie sono tanto più profonde, radicate e difficili quanto più cominciano nei primi tempi della vita. Bisognerebbe a queste cose un po' pensare e convincersi che madre natura ha delle costanti che più di tanto non possono essere manipolate o, peggio, violate. E non ci sono solo costanti nella corporeità, ma anche, anzi soprattutto, nelle dinamiche delle relazioni tra noi: specie se si tratta di dinamiche parentali. Contenuto di un'etica della vita sono soprattutto queste, come dovrebbe oramai parere chiaro. Ed è a partire da queste che prendono una curvatura etica le dinamiche più vicine o anche proprie della corporeità. Il rapporto tra madre e figlio, il rapporto della coppia parentale con il figlio fa parte delle costanti di un essere umano: è intuitivo. Tanto è vero che un essere umano cresce bene, solo se ha un buon rapporto con la madre e col padre.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'etica della procreazione è dunque, prima di tutto, un'etica della buona relazione della coppia con il nascituro. E la regola fondamentale di quest'etica è presto detta, dopo i discorsi fatti fin qui: ogni pratica procreativa deve essere orientata alla buona vita del nascituro, a cui dunque vanno anzitutto garantiti i legami fondamentali d'amore: garantita una coppia genitoriale che si prenda cura di lui come figlio e lo introduca convenientemente alla vita. La buona qualità della relazione di procreazione è questa. In generale, contro un immaginario narcisistico (un figlio tutto per me; procreazione come ab-soluta creazione), è da coltivare un'etica della procreazione come un gesto e una cifra per altri. Dove "altri" è, appunto, il nascituro. Ricordare Kant: l'uomo (qualsiasi essere umano) non può mai essere trattato semplicemente come mezzo, ma sempre (anche) come fine. Pro-creare, dunque, a favore ("pro") di un bambino; ma anche, in ultima istanza, procreare invece e su mandato ("pro") di qualcun Altro. Procreare per preparare un'esistenza che viva per altri. Che vuol dire: "educare" un essere umano ad una vita degna di un essere umano.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Possiamo allora concludere tracciando una specie di dittico, che restituisce per intero l'etica della procreazione e riassume tutte le osservazioni fatte sin qui.&lt;br /&gt;
Procreazione, se trasgressivamente vissuta, è appropriazione e dominio; messa al mondo di un essere umano per un fine non suo; strumentalizzazione e abiezione; oggettivazione e distruttività; consumo e ripetizione; conflitto non fra umano e artificiale, ma fra umano e umano, perché umana è l'origine dell'artificio impiegato su un essere umano.&lt;br /&gt;
Procreazione, se eticamente vissuta, è dono e abbandono. Dono come ripresa della icona dell'origine. Dono come messa al mondo di un essere umano, da istruire intorno alla sua relazione al bene, cioè intorno alla sua buona relazione con un altro essere umano e intorno alla sua buona relazione con Dio. Un dono che è anche un abbandono. Abbandono come piena fiducia nella vita e nel suo Creatore. Abbandono come consegna della propria vita per la vita del figlio. Abbandono come disponibilità a portare il peso della cura di chi è venuto al mondo.&lt;br /&gt;
La posta in gioco, come si vede, è di tutto rispetto.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-05-20T17:49:41+02:00</published>
    <updated>2012-05-20T18:11:21+02:00</updated>
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    <title type="text">L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; LA MORTE CORRE IN DIRETTA</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13877&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;mercoledì 9 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; LA MORTE CORRE IN DIRETTA&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Aumentano i suicidi presumibilmente legati alla crisi. Dov'è la voce dei medici?&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;img alt="" width="400" height="296" src="/ProxyVFS.axd?snode=14592&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Di cattiva o noncurante informazione si può anche morire.&lt;br /&gt;
Basta leggere le pagine dei giornali ed ascoltare un radio/telegiornale per essere messi al corrente della ormai troppo lunga sequela di suicidi che percorre il nostro paese. La crisi economica è sullo sfondo di questo quadro.&lt;br /&gt;
Ma ciò che appare nel quadro può essere letto e di conseguenza comunicato in molti modi.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si possono accentuare gli aspetti negativi per ragioni squisitamente politiche, per ottenere consenso cioè sulle proprie posizioni. E questo è il motivo che appare più presente.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Lo si può fare per vendere il proprio prodotto, il proprio giornale. Il suicidio o la sequenza di suicidi di piccoli imprenditori, di persone che hanno perso il lavoro riempie le cronache dei giornali locali, perché la morte pesca nei timori profondi di ciascuno di noi e quindi vogliamo sapere che cosa è accaduto al nostro vicino o a qualcuno che conosciamo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
In tutto questo manca, ed è ciò che mi inquieta, la voce dei medici.&lt;br /&gt;
Tutti noi sappiamo che il suicidio può essere contagioso come un virus. Il sapere che qualcun altro nelle nostre stesse vere o presunte condizioni ha avuto il "coraggio" di togliersi la vita, può darci l'ultima definitiva spinta ad emulare il gesto. Sappiamo che la popolazione affetta da sindromi depressive borderline è elevata.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma non leggo questo in nessun mezzo di informazione, non sento la preoccupazione dei colleghi e quindi mi chiedo se non sia parte dell'essere medici "etici" anche entrare nel dibattito che oggi è solo economico per spiegare che di paura e di superficiale informazione si può anche morire.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Spesso noi medici percepiamo il limite del nostro dovere nella cura buona dei nostri pazienti.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Ma spesso non basta.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;iframe height="900" marginheight="0" src="https://docs.google.com/spreadsheet/embeddedform?formkey=dEFtZ1d0SHZ6XzlIMm5QU1B4MURWd3c6MQ" frameborder="0" width="760" marginwidth="0" style="width: 548px; height: 327px"&gt;Loading...&lt;/iframe&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-05-09T18:26:02+02:00</published>
    <updated>2012-05-10T11:18:29+02:00</updated>
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    <title type="text">LA SALUTE È VICINA</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13848&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 8 maggio 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;LA SALUTE È VICINA&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;p&gt;"Mogli e buoi dei paesi tuoi"...e per quanto riguarda il cibo?&lt;/p&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;&lt;img width="300" height="242" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14563&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Sta crescendo nella gente la convinzione che i prodotti (alimentari, ma non solo) siano tanto più sani e buoni quanto più sono "vicini".&lt;br /&gt;
L'ideale sarebbe quello dei "Km 0", prodotti che crescono nell'orto di casa, o negozi sotto casa, o fabbriche che si vedono dalla finestra (purché non disturbino, ovviamente). Si tratta di una "vicinanza" che mi sembra più emotiva e affettiva che non chilometrica, in effetti. È come se le cose che conosciamo e che fanno parte del nostro territorio di familiarità fossero più affidabili, più controllabili, meno soggette al rischio di manipolazione o di inganno.&lt;/p&gt;

&lt;p style="text-align: justify"&gt;Due considerazioni brevissime in proposito. Una è che siamo dinnanzi al trasferimento dalle persone alle cose, vale a dire che trasferiamo alle cose (ai prodotti) un principio affettivo valido (o comunque istintivo) per le relazioni: mi fido di più delle persone che conosco e che fanno parte della mia storia che non di persone nuove di cui so poco o nulla. A parte il fatto che anche per le persone questo principio è ingannevole (ricordate il proverbio "dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio?), possimo considerarlo valido anche per i prodotti? Siamo certi che il casaro della valle dove sono nati i miei nonni mi dia cose buone e sane?&lt;br /&gt;
Seconda osservazione: le industrie, le marche, la distribuzione moderna nascono anche per dare garanzie di controlli e affidabilità che il privato artigiano o contadino non può dare: e oggi questi standard e controlli sono forse più delicati e necessari di prima.&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-05-08T17:43:20+02:00</published>
    <updated>2012-05-08T17:47:11+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14513/10978</id>
    <title type="text">Interviste nel passato &lt;/br&gt; MADAME CURIE</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13800&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 20 aprile 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;Interviste nel passato &lt;/br&gt; MADAME CURIE&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;p&gt;Nuova rubrica: interviste immaginarie a personaggi del passato.&lt;/p&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Nei testi di giornalismo spesso non sono dedicate molte pagine all'intervista, tanto che questo genere sembra assumere aspetti dall'apparenza semplici, ma in realtà è la forma di comunicazione giornalistica più tecnica, dove non esiste la notizia, perché l'intervista è la notizia stessa.&lt;br /&gt;
Ci sono delle regole importanti che il giornalista deve conoscere per poterle poi declinare a seconda del personaggio. Capacità personale, concentrazione e attenzione alle parole, creatività, duro lavoro ed esperienza professionale sono elementi fondamentali per la completezza di questa straordinaria opportunità di conoscere se stesso attraverso le parole e le idee di altri, in una parola di incontrarsi, vedersi reciprocamente s'entrevoir.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Furio Colombo, giornalista e scrittore, arriva a questa conclusione "l'intervista è lo strumento giornalistico più arrischiato e imperfetto, dovrebbe avere il ruolo che ha la chirurgia per la medicina: qualcosa a cui si ricorre se non ci sono altre soluzioni''.&lt;br /&gt;
Oggi è un genere molto sfruttato tanto da posizionarlo nel giornalismo moderno, ma già Platone nell'antica Atene usa il dialogo perché solo questa struttura narrativa può far conoscere in un modo relativamente immediato la filosofia del suo maestro Socrate: solo il confronto tra due persone può migliorare la conoscenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
L'intervista immaginaria si annovera nel genere e, per la sua riuscita, un requisito fondamentale è conoscere bene il personaggio che si sceglie, per arrivare a comprendere il suo modo di pensare e acquisire familiarità con la persona fisica e con il suo carattere. Questo tipo d'interviste può assumere l'aspetto di un gioco oppure trasformarsi in un pretesto per un ragionamento serio su particolari questioni politiche, culturali, morali e sociali.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
All'interno del corso di laurea in Farmacia, dell'Università Statale di Milano, ogni anno è attivato un modulo sulla ''Comunicazione scientifica'' da me diretto.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;img vspace="2" width="400" height="315" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14543&amp;amp;stream=" /&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
Studenti del corso "Comunicazione scientifica dell'Università Statale di Milano all'interno di uno studio televisivo.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Oltre alle lezioni teoriche e ai laboratori organizzati, è aperto un forum di discussione dove gli allievi possono esprimersi e confrontarsi su tematiche presentate a lezione oppure apparse sui media.&lt;br /&gt;
Uno degli argomenti segnalati è stato la scrittura di un'intervista immaginaria. Ne riportiamo alcune tra le più indicative.&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div class="separatore_testo"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;h3&gt;&lt;strong&gt;Un'intervista nel passato: Madame Curie&lt;/strong&gt;&lt;/h3&gt;

&lt;p&gt; &lt;/p&gt;

&lt;p&gt;&lt;img alt="" width="250" height="368" src="/ProxyVFS.axd?snode=14514&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;em&gt;Immaginate un vecchio capannone di Parigi, in rue Lohmond, col tetto sconnesso che lascia filtrare la pioggia  e in un angolo un mucchio di terra scura.  In  mezzo un bancone dove una giovane donna e suo marito passano le loro giornate a trattare quella terra venti chili per volta con acidi, a filtrare e sciogliere i residui con altri acidi ancora. Li immaginiamo così i coniugi Curie.&lt;br /&gt;
Nel 1911 a Marie Sklodowska in Curie viene conferito il Nobel per la chimica per le sue ricerche sul radio, dieci anni prima  insieme al marito e a Henry Bequerel ottiene il Nobel per la fisica.&lt;br /&gt;
Timida, schiva nello stringere amicizie e completamente immersa negli studi, conduce in questi anni una vita semplice, come lei stessa dice monastica,nel quartiere latino di Parigi, ancora una piccola isola di Polonia libera. Pochi soldi risparmiati prima di partire e le piccole somme inviatele dal padre le permettono di pagare l'affitto senza cercare spazio per altre attività che non fossero la scienza.&lt;br /&gt;
 &lt;/em&gt; &lt;em&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Madame Curie lei nasce a Varsavia?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;Sì nel 1877, in una Polonia dipendente dall' Austria, dalla Prussia e dalla Russia, una Polonia nella quale alle donne era assolutamente vietata  la frequenza all'Università. Per questo nell'autunno del 1891 mi iscrivo alla Sorbona di Parigi, laureandomi  prima in fisica e poi in matematica.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;In questo periodo così lontano dall'amore e dall'idea del matrimonio entra invece  in scena suo marito...&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt; &lt;br /&gt;
E' vero, nel 1894 incontro  il mio  futuro marito, Pierre, nato a Parigi 35 anni prima e diplomato all'Università di Parigi a soli 18 anni. Da sposati mi raccontava che era rimasto affascinato dalla grazia ma soprattutto dalla fierezza e dalla completa dedizione al mio  lavoro e dopo pochi mesi dal nostro incontro ci siamo sposati per poi essere allietati dalla nascita delle nostre due figlie.&lt;br /&gt;
Ma pochi anni dopo Pierre muore travolto da un carro a cavalli mentre attraversa la strada.&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Nonostante l'impegno familiare e l'insegnamento, lei ha continuato le ricerche che l'hanno portata al secondo premio Nobel. Ci racconti, come è iniziata questa avventura?&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;
Abbiamo allestito un  vecchio laboratorio in rue Lohmond, perché la nostra idea era di studiare il fenomeno della radioattività in modo quantitativo preciso. Dopo aver analizzato sistematicamente il comportamento dell'uranio in diversi composti e in diverse condizioni con uno strumento inventato da Pierre, nella primavera del 1898, assistiamo a un fenomeno straordinario: due minerali particolari, la  torbenite e la pechblenda rivelano una radioattività molto superiore a quella dell'uranio puro. Da quel pezzo di pietra, scura, lucente dopo aver separato l'uranio sembrava quasi che la radioattività fosse più intensa. Questo ci ha portato a continuare. Aggiungiamo acidi diversi e scaldiamo il miscuglio separando i diversi componenti: via il piombo, via l'argento e via il rame.&lt;br /&gt;
A ogni separazione l'intensità dei raggi aumentava. Lavoravamo senza sosta fino a notte fonda: in quella pietra c'era un elemento sconosciuto più attivo, più radioattivo dell'uranio. Nel luglio 1898 la nostra ipotesi viene pubblicata  contemporaneamente in Francia e in Polonia e chiamiamo il nuovo composto polonio, dal nome del mio paese di origine.&lt;br /&gt;
Lavorando vediamo che  nella pechblenda c'è un'altra sostanza ancora più radioattiva del polonio e che battezziamo  radio. Per provare l'esistenza di questi due elementi chimici analizziamo senza sosta tonnellate di residui provenienti dalle miniere di Joachimsthal, e nel 1902, tre anni e nove mesi dopo il giorno in cui avevamo annunciato la sua probabile esistenza il radio esisteva ufficialmente: Ra = 225,93, bianco, simile al sale da cucina, ma con radioattività due milioni di volte più forte di quella dell'uranio, i cui raggi sono  capaci di attraversare le materie più dure e opache.&lt;br /&gt;
La scoperta viene annunciata il 26 dicembre 1898 all'Accademia delle Scienze a Parigi e, nel 1902, alla nostra ricerca viene attribuito il premio Nobel per la fisica.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;u&gt;&lt;strong&gt;Una scoperta importante che vede  il radio come potenziale alleato dell'uomo nella lotta contro il cancro.&lt;br /&gt;
&lt;/strong&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;
Sì, in effetti avremmo potuto diventare ricchi con questa scoperta ma abbiamo preferito  perseguire un ideale diverso: donare all'umanità i risultati della ricerca, senza pretendere mai nulla in cambio.
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;em&gt;Rimasta sola dopo la morte di suo marito, Marie ne prende il posto alla Sorbona, continuando le ricerche che le porteranno  il secondo premio Nobel, questa volta per la chimica.&lt;br /&gt;
In seguito allo scoppio della prima guerra mondiale anche lei, come il resto degli scienziati, mette a servizio della patria le proprie abilità.Comincia così a pensare ai raggi X come mezzo di cura medica, studiando un modo per far arrivare vicino ai luoghi di guerra questi macchinari complessi: attrezza quindi un automobile creando la prima unità di cura mobile.&lt;br /&gt;
Dopo la  fine della guerra trascorre la maggior parte della sua vita nell'istituto del radio, da lei fondato nel 1909, dedicandosi all'isolamento ed alla concentrazione del radio e del polonio.&lt;br /&gt;
Marie Curie muore il quattro luglio 1934 a causa dalla lunga esposizione alle scorie.&lt;br /&gt;
Così termina la sua vita, ma la sua attività intensa e appassionata è riassunta in una unica che si può leggere nei suoi quaderni di lavoro ancora altamente radioattivi, manipolabili dagli storici solo se in tuta anti-radiazioni.&lt;/em&gt;
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Dal Corso in Comunicazione Scientifica, Facoltà di Farmacia,  AA 2011-2012 
&lt;/div&gt;

&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;br /&gt;
- Eve Curie, Vita della signora Curie, Mondadori, Milano 1938&lt;br /&gt;
- Susan Quinn, Marie Curie, Bollati Boringhieri, Torino,1998&lt;br /&gt;
- Barbara Goldsmith, Genio ossessivo. Il mondo interiore di Madame Curie, Codice Edizioni, 2006&lt;br /&gt;
- Simonetta Cancian, Vita avventurosa di Marie Curie. Quella strana coppia... Panorama, 2004&lt;br /&gt;
 
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-04-20T18:22:03+02:00</published>
    <updated>2012-05-02T14:21:17+02:00</updated>
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    <title type="text">MANIPOLAZIONE GENETICA E RISCHI BIOETICI</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13813&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;venerdì 27 aprile 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;MANIPOLAZIONE GENETICA E RISCHI BIOETICI&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Quali cambiamenti potrebbe indurre nella vita di un essere umano la manipolazione genetica?&lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;img width="300" height="224" alt="" src="/ProxyVFS.axd?snode=14528&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Si sa del rapporto originario tra corporeità e psiche. Una azione sul corpo è anche una azione sulla psiche. Basti qui accennare alla vasta gamma degli psicofarmaci, che possono indurre mutamenti considerevoli nel carattere. Si sa che la vita emotiva dipende a volte dalla presenza o meno di sostanze organiche. Non sappiamo fin dove può spingersi oggi la manipolabilità della vita psichica di un essere umano con opportuni interventi manipolatori "esterni" (deprivazioni sensoriali, psicofarmaci, condizionamenti psicofisici ecc.) o anche "interni" (terapie o manipolazioni psicologiche). Meno ancora sappiamo immaginare quali cambiamenti potrebbe indurre nella vita di un essere umano la manipolazione genetica. Soprattutto non sappiamo quali cambiamenti possa indurre in un essere umano il venire a sapere di tutto questo come storia propria.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Venire a sapere che qualcuno degli umani mi ha prodotto teconologicamente può cambiare tutto, perché la discrasia tra psiche e soma può diventare esplosiva esattamente a questo punto. La vera discrasia è, infatti, quella tra coscienza e autocoscienza, essendo l'autocoscienza il livello più proprio dell'essere umano. Una autocoscienza che si sa come coscienza manipolata da altri esseri umani rischia fortemente di rifiutarsi e di esplodere. O comunque di chiedere un risarcimento infinito. Tutte le relazioni e le dinamiche psichiche possono risultare alterate senza rimedio. Non sappiamo come possa crescere un io che si sa prodotto artificiale d'altri esseri umani. La sua singolarità non sarebbe più assolutamente protetta. La richiesta di infinità, di assolutezza e di unicità, propria di un orizzonte trascendentale, verrebbe a contrastare in modo permanente con la riproducibilità dell'opera artificiale (cioè umana).&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ci si potrebbe sentire asserviti per sempre da altri come noi. Ci si potrebbe sentire inevitabilmente (da sempre e per sempre) non-umani. Replicanti. Potete facilmente prevedere e intuire il dramma di un essere umano che non si sa messo al mondo da madre natura tramite un essere umano, ma da un altro essere umano tramite un artificio umano. Perché la verità è questa, che la tecnica della vita è una prassi di esseri umani i quali, se sono senza scrupoli, cioè senza eticità, a monte decidono di noi senza di noi, e in modo per noi irreversibile. Noi allora saremo destinati, ossia costretti, a pensarci come già fatti da qualcuno che ci ha fatti come lui ci voleva. Inevitabile l'implicazione: siamo in mano sua in modo originario; siamo per sempre una sorta di schiavi suoi; non possiamo più sfuggire alle sue mani.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Io credo che un essere umano, il quale ha dentro di sé, se è un essere umano, l'idea del diritto alla libertà della propria origine e all'infinità del proprio destino, non può sopportare più di tanto la notizia di essere stato programmato a tavolino da un altro essere umano. Si sentirebbe manipolato nella sua esistenza in totalità, vorrebbe a tutti i costi liberarsi da questa dipendenza e forse vorrebbe farla pagare a chi lo ha manipolato prima ancora che nascesse al mondo. In ogni caso, egli tenderebbe a chiedere a tutti un risarcimento infinito. Lo chiede già chi di noi ha perso la mamma o il papà da bambino. Figurarsi chi non può neppure immaginare d'avere un papà e una mamma!
&lt;/div&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-04-27T12:41:37+02:00</published>
    <updated>2012-04-27T12:48:00+02:00</updated>
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    <id>http://www.fondazionezoe.it/code/14521/10978</id>
    <title type="text">L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; E SE UNA APP CI SALVASSE DALLO STRESS?</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13807&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;martedì 24 aprile 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;L'angolo del bioeticista &lt;/br&gt; E SE UNA APP CI SALVASSE DALLO STRESS?&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
&lt;p&gt;Tecnologia e medicina ai tempi dell'iPad.&lt;br /&gt;
Voi cosa ne pensate?&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;p style="text-align: justify"&gt;&lt;img alt="" width="300" height="300" src="/ProxyVFS.axd?snode=14522&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Uno dei blog più famosi, l'"Huffingtonpost", che recentemente ha vinto il premio Pulitzer per il giornalismo, sta lanciando una nuova iniziativa. Il prossimo giugno negli Stati Uniti sarà possibile scaricare sul proprio cellulare o su iPad una applicazione che si chiamerà "GPS for the Soul".&lt;br /&gt;
Ecco come funziona: toccando il sensore del telefono verrà misurato il livello presunto di stress che voi avete, basato sulla frequenza cardiaca e sulla sua variabilità. A questo punto l'applicazione vi indicherà che cosa fare per ridurre lo stress, se ascoltare musica, leggere una poesia, guardare la foto di una persona che amate, o di un luogo particolare, o un esercizio di respirazione. O tutte queste cose insieme.&lt;br /&gt;
Naturalmente ciascuno potrà personalizzare la propria applicazione, inserendo la musica e le foto che preferisce. Sono certa che questa applicazione avrà un grande successo (per la verità penso che la scaricherò anche io), ma il punto che mi colpisce è che il web sta diventando sempre di più un ausilio terapeutico.&lt;br /&gt;
Già iniziano a comparire i primi risultati di studi che comparano, ad esempio, un trattamento tradizionale medico/paziente con quello fornito da un particolare programma personalizzato cui il paziente può accedere via computer. Ed apparentemente non esiste differenza tra la relazione diretta e quella persona/macchina. Insomma la tecnologia sta non solo modificando le nostre abitudini di lavoro, ma sta sostituendo man mano le terapie basate sulla relazione.&lt;br /&gt;
Nel post relativo alla correttezza dell'amicizia su Facebook tra medico e paziente molti hanno raccontato quanto sia stato importante per loro avere un rapporto di amicizia con il proprio medico. A questo punto che cosa pensiamo di questa evoluzione?&lt;br /&gt;
 &lt;/p&gt;
&lt;iframe height="943" marginheight="0" src="https://docs.google.com/spreadsheet/embeddedform?formkey=dHVBTHZoS2R5bk9TeS1EZ1pFVDRTVFE6MQ" frameborder="0" width="760" marginwidth="0" style="width: 582px; height: 293px"&gt;Loading...&lt;/iframe&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-04-24T18:17:37+02:00</published>
    <updated>2012-04-24T18:25:35+02:00</updated>
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    <title type="text">ANCORA GUAI SULLA SANITÀ</title>
    <summary type="html">
&lt;div&gt;
  &lt;div style="float:left;"&gt;
    &lt;img src="http://www.fondazionezoe.it/ProxyVFS.axd?rnode=13797&amp;amp;stream=image&amp;amp;default=/Content/Images/trasparente.gif"/&gt;
  &lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;giovedì 19 aprile 2012&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;b&gt;ANCORA GUAI SULLA SANITÀ&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;&lt;i&gt;
Dalla Puglia alla Lombardia, ma in mezzo c'è tutta Italia, ne stanno succedendo di tutti colori. &lt;br /&gt;
&lt;/i&gt;&lt;/div&gt;
  &lt;div&gt;
&lt;div style="text-align: justify"&gt;
&lt;em&gt;&lt;img alt="" width="300" height="300" src="/ProxyVFS.axd?snode=14511&amp;amp;stream=" /&gt;&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
"Una scandalosa Sanità"&lt;/em&gt; titola Guglielmo Pepe un &lt;a target="_blank" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/04/17/una-scandalosa-sanita.html"&gt;articolo su Repubblica&lt;/a&gt; di martedì 17 aprile. &lt;br /&gt;
Nell'articolo si lamenta l'ingerenza politica nell'elezione dei Primari che soffoca sul nascere la meritocrazia. I concorsi sono vinti da persone raccomandate in sintonia coi Direttori Generali che hanno l'ultima parola sui candidati. Il Presidente dell'Ordine dei Medici di Milano propone addirittura di abolire questi concorsi perchè sono diventati una farsa. Il giornalista si chiede alla fine: "se la logica clientelare è chiara da tempo perché solo adesso viene denunciata?". La risposta potrebbe essere semplice: forse qualcosa sta cambiando e la Magistratura può finalmente mettere "il naso" in cose che appaiono poco chiare.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Denunce in passato, a tale proposito, ne sono state fatte tante ma sono cadute nel vuoto, nel generale disinteresse dei vari Ministri che si sono succeduti alla Sanità. È la prima volta che mi capita di ricorrere ad un'auto-citazione ma già nel 2005 scrivevo in un libro intitolato "&lt;em&gt;Dall'altra parte&lt;/em&gt;" (prima edizione BUR 2006): "L'Italia è in coda a tutti Paesi Europei sia per quanto riguarda la spesa sanitaria pro capite sia come percentuale sul PIL. Gli Amministratori non vengono scelti per le loro capacità nel settore sanitario ma in base all'appartenenza politica e alla provata fedeltà al partito. Il Direttore Generale, eletto dal Presidente della Regione, ha la facoltà di scegliersi il Primario da una rosa di "idonei" stabilita da un'inutile prova concorsuale e le scelte non sempre tengono conto dei titoli e delle capacità del candidato". Non dicevo nulla di nuovo, tutto già  risaputo e ripetuto più volte  e denunciato nel tempo ma inutilmente. Le cose oggi sembrano addirittura peggiorate e non rimane che sperare che  il Ministro della Sanità attualmente in carica prenda in seria considerazione la proposta del Presidente Dell'Ordine dei Medici di Milano e agisca di conseguenza.&lt;br /&gt;
&lt;br /&gt;
Ma i guai della Sanità non sono solo questi e vale la pena segnalarne un altro con la massima chiarezza: oggi fare il medico all'interno di una struttura è tutt'altro che facile. Egli deve agire, da una parte, secondo scienza e coscienza e, dall'altra, secondo criteri di economicità che sovente confliggono tra loro, stretto fra una Società che gli chiede troppo ed un'Economia che gli impone di fare il minimo. Ma il vero problema non nasce  soltanto dalle Aziende Sanitarie che, per esigenza di bilancio, sono talvolta costrette a trascurare la cura, il vero male si annida in quegli Ospedali Privati, ma convenzionati con la Regione, dove la cura viene dopo il profitto. Sono Ospedali che possono guadagnare anche molto grazie ai rimborsi provenienti dal denaro pubblico delle Regioni, sopratutto se compiacenti.&lt;br /&gt;
In questa situazione un medico quanto più lavora tanto più guadagna, idem dicasi per Amministratori e dipendenti vari. È la quantità che viene premiata e non la qualità. Ne risente ovviamente la correttezza delle diagnosi, delle indicazioni e dei provvedimenti terapeutici.&lt;br /&gt;
La totale assenza di controlli che verifichi l'appropriatezza delle prestazioni, chiude il cerchio, assai poco magico, e alla fine chi ci rimette è sempre il malato.
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
    <published>2012-04-19T16:16:31+02:00</published>
    <updated>2012-04-19T16:23:58+02:00</updated>
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